Dove finisce l’abito e inizia la scultura

Ancora un progetto che parla di arte e moda. Ma la mostra “Wonderingmode”, allestita al CoCA di Torun, in Polonia, anziché riflettere su reciproci influssi e interferenze, resta sul confine tra i due ambiti. Al di là di ogni più scontata definizione. Fino al 26 maggio.

pubblicato su Artribune il 23 aprile 2013

Minna Palmqvist e Ana Rajcevic alla mostra Wonderingmode - CoCA, Torun 2013 - photo Natalia Miedziak

Da tempo musei e spazi espositivi indagano i rapporti tra moda e arte contemporanea, con ampie rassegne dedicate ai reciproci influssi, e in sui si sono affiancati spesso poetiche affini, attività collaterali, interferenze e citazioni. La mostra di Torun si sottrae a queste chiavi di lettura più consuete e anziché soffermarsi su comuni influssi si pone pienamente sulla linea di confine tra i due ambiti. Il titolo stesso, Wonderingmode, sottolinea la sorpresa e l’incertezza che suscitano le creazioni più radicali di affermati e giovani fashion designer, realtà sospese tra vestito, architettura e scultura, tanto da renderne difficile una sicura definizione. Un aspetto di piena “modernità”, che ricorda come la moda non possa “essere omessa da ogni approfondita analisi culturale o sociale del mondo moderno”, poiché è nata e si è costituita insieme a esso, come ci spiega la curatrice Dobrila Denegri.
Sul confine tra vestito e scultura si muovono esplicitamente le opere con cui si apre la mostra. Emblematiche sono le creazioni di Ana Rajcevic che con con Animals – The Other Side of Evolution sviluppa una collezione di oggetti bifronti, da indossare come accessori di lusso o da esporre autonomamente come opere d’arte. Nella stessa sala, i video in bianco e nero di Ruth Hogben trasformano le creazioni di Gareth Pugh nei protagonisti di un racconto denso di metamorfosi e ambigue suggestioni, mentre gli abiti diKim Hagelind danno forma ai movimenti dell’oscilloscopio del matematico e artista americano Ben F. Laposky, attraverso il mobile intreccio monocromatico di sezioni plastiche avvolte su se stesse. Aspetti progettualmente più estremi si incarnano nelle calzature di Marloes ten Bhömer, sorprendenti architetture in miniatura sviluppate per sottrazione, mettendo la funzionalità in un piano secondario.

Ana Rajcevic, Animal. The Other Side of Evolution, 2012 & Kim Hagelind, Oscillons, 2011

Se la libertà formale mette in discussione il dogma dell’indossabilità, il passaggio ulteriore è l’indagine sulla definizione stessa di abito, sul confine che lo separa dal corpo e sulle sue implicazioni sociali. Se ne occupa Emila Tikka, applicando la teoria derridiana alla  creazione stilistica, decostruendo l’abito per insistere sul suo confine con il corpo, alla ricerca del momento in cui uno trapassa nell’altro. Per certi versi complementare è la ricerca di Minna Palmqvist, che dal 2007 ha dato avvio a Intimately Social, un progetto sistematico, a dispetto delle scadenze creative di stagione, che si oppone alla costruzione consueta dell’identità femminile, mettendo in primo piano parti del corpo che l’abbigliamento tende a nascondere.
Chiude la mostra Hussein Chalayan, fashion designer che ha fatto della commistione culturale la cifra principale del proprio lavoro. L’installazione video The Absent Presence, già presentata nel 2005 a Venezia, racconta uno scenario distopico in cui è in atto la mappatura genetica della popolazione femminile straniera di Londra. Riprende il lavoro di una biologa, che estrae il DNA da frammenti dei loro abiti, per poi rielaborarne aspetto e origini al computer, descrivendo le nevrosi delle politiche di controllo dell’immigrazione, i cui limiti diventano occasione per ridiscutere la propria identità e quella degli altri.

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