Dobbiamo fare presto! Intervista con Fabio Cavallucci

A due anni dal suo arrivo in Polonia, abbiamo incontrato il direttore del Castello Ujazdowski, Fabio Cavallucci [nella foto insieme a Spectrum (1999) di Tony Ousler], per fare un bilancio sulla sua esperienza e sulle prospettive del laboratorio artistico-istituzionale. E così prosegue il nostro reportage dalla Polonia.

pubblicato su Artribune il 4 aprile 2013 e su  Artribune Magazine #11

Fabio Cavallucci, sullo sfondo Spectrum (1999) di Tony Ousler - Collezione del Centre for Contemporary Art Ujazdowski Castle, Varsavia

Due anni fa, uno dei problemi principali del CSW Ujazdowski era l’identità: tra residenze, mostre, cinema, musica e danza, sembrava si trattasse di scegliere cosa portare avanti e cosa no…
La situazione iniziale era questa. Il Castello è stato negli Anni Novanta il maggior centro artistico della Polonia, dove la generazione dell’arte critica è nata e cresciuta. Ha dato i natali anche ad artisti come Monika Sosnowska, Robert Kusmirowski e anche a quelli delle generazioni successive. Però negli ultimi anni ha iniziato a soffrire la concorrenza. Il problema era quindi trovare un’identità. La mia idea non era tanto di ridurre la sfera d’azione, anzi ho sempre pensato che il fatto che il Centro per l’Arte Contemporanea non sia soltanto dedicato alle arti visive sia una aspetto da sottolineare. Il problema non è tanto nelle tipologie di arte che si toccano, ma è nel come le si toccano. E pian piano abbiamo cominciato ad attivare dei progetti che spero nel corso di un anno o due daranno una definizione migliore dell’immagine e dell’attività del Castello, progetti comeLaboratorio del FuturoPost Document e Office of Possibilities.

Di cosa si tratta?
Laboratorio del Futuro opera con mostre, eventi e programmi che toccano vari ambiti culturali, proiettati verso una sorta di investigazione del futuro, per cercare di capireattraverso l’arte dove il mondo sta andando. Office of Possibilities rappresenta un progressivo studio di cosa un’istituzione artistica deve diventare nel prossimo futuro. Post Document analizza il modo in cui la cronaca diventa storia, come si forma l’idea di documento, soprattutto oggi dove l’aspetto estetico-artistico interviene anche nella formazione banale del documento della rivista. Tutta questa serie di riflessioni avviene ed è avvenuta attraverso la collaborazione dei diversi dipartimenti e dei diversi curatori. Non nascondo che tutto sommato i risultati ci sono stati, ma sono molto limitati. Non ho trovato quella capacità di rinnovamento profondo che immaginavo. Ci vuole qualcosa di più, un’azione più forte, qualche stress che faccia sì che delle energie vengano fuori. C’è stata una guerra sindacale, con incontri e letteracce al ministro. È stato tremendamentefaticoso, ma la considero normale. Talmente normale che accade ovunque. All’ICA di Londra come al Moca di Los Angeles quando arriva un nuovo direttore. Non c’è nulla da fare se qualcuno vuole portare avanti un messaggio nuovo. Ci proviamo con le buone, ma se poi non si ottiene nulla bisogna provare con i mezzi più forti, bisogna attuare leristrutturazioni degli staff…

CSW Ujazdowski - Varsavia

Dal punto di vista del budget ci sono state difficoltà?
Diciamo la verità, in un anno e mezzo, senza troppa fatica, il budget è quasi raddoppiato. Non voglio dire che il merito sia stato tutto mio, ci sono stati i miei collaboratori, c’è stata la volontà del governo di risollevare questa istituzione, per cui da un giorno all’altro ci è arrivato il 50% in più. Poi ho cominciato a lavorare con la città cercando di stringere accordi per alcune iniziative, abbiamo iniziato a cercare finanziamenti privati, come quelli di Pekao SA [la banca polacca del gruppo UniCredit, N.d.R.], che finanzierà integralmente una project room per 400mila zloti all’anno per due anni. Ma non c’è solo il budget per la gestione e le mostre. Solo per la ristrutturazione dell’edificio ci sono già arrivati 3,5 milioni di zloti quest’anno, e ne arriveranno 5 milioni nel prossimo.

Ritornando all’interdisciplinarietà, un’esperienza positiva è sembrata la mostraRegress/Progess.
Certamente un risultato positivo, tanto è vero che ora ripartiamo con il Laboratorio del Futuro, con una serie di panel discussion su cui poi interverranno gli artisti. L’idea è quella di reinventare un nuovo modo di far parlare l’arte insieme agli altri ambiti della cultura. Regress/Progress è andato bene, ma nonostante cambiasse di mese in mese, alla fine è rimasto una mostra. Non siamo veramente riusciti a scuotere fino in fondo alle radici la struttura del meccanismo espositivo.

Fabio Cavallucci

Questo rimette quindi in discussione l’idea di realizzare mostre sulla musica, sul teatro, sulla danza?
Questo progetto c’è ancora. Stiamo ragionando sull’apertura di un nuovo spazio. Perché sembra molto grande questa istituzione, ma poi quando si parla di concerti, ad esempio, abbiamo una stanza magnifica, ma che tiene solo 150 persone. L’idea è quella di avere uno spazio a Soho Factory, nel quartiere Praga, e lì attivare una serie di iniziative che vorremmo chiamare Zamek 2.0 per accennare all’idea delle nuove tecnologie, ma anche a questa idea performativa di coinvolgimento, dove realizzare performance, concerti, ma anche tradurre performance e concerti in mostra.

Si parlava di riformare il programma di residenze, di renderlo più integrato al ruolo e all’identità del Castello. In questi due anni si sta muovendo qualcosa anche in questa direzione?
Una soluzione definitiva non l’abbiamo ancora trovata. Abbiamo certamente limitato l’eccessiva quantità di attività che proveniva dagli artisti delle residenze e che interferiva con quelle del Castello. Al di là dell’utilità innegabile per gli artisti, che hanno la possibilità di conoscere una nuova realtà, produrre un lavoro, mi sembra difficile capire quale possa essere il vantaggio per l’istituzione. Comincio a pensare che non sia necessario pensare in termini di ritorno e che dobbiamo vedere queste residenze semplicemente come luogo in cui gli artisti possano crescere. Ma allora conviene pensare ad artisti provenienti da realtà meno “evolute”, andando a toccare soprattutto gli ambiti dell’Eastern partnership, quei Paesi parte dell’ex Unione Sovietica, che hanno senz’altro dimensione ed entourage artistici meno sviluppati della Polonia, dove la qualità culturale e artistica è altissima. Può essere interessante anche per chi viene da fuori poter vedere Varsavia e l’arte polacca, ma anche avere qualche nozione su quello che succede in Azerbaigian, in Georgia o in Kazakistan.

Zielone Jazdow - La tenda di Rirkrit Tiravanija

In Italia abbiamo accolto con grande sorpresa ed entusiasmo la costruzione dei nuovi musei in Polonia, il successo di Obywatele Kultury. Ma poi ci siamo accorti che non è tutto rose e fiori…
Se poniamo questa domanda sulla dinamica dell’arte contemporanea globale, non abbiamo una risposta facile. L’arte contemporanea si sta espandendo o si sta ritirando? Perché da un certo punto di vista, nonostante la crisi, l’arte si sta ancora espandendo, se guardiamo quanto fiere e grandi eventi, come Documenta e la Biennale di Venezia, incrementano costantemente i loro visitatori. Dall’altro lato, percepisco un’onda di ritiro, quella che ha dato segnali in gran parte d’Europa con la chiusura di piccole istituzioni in Italia, problemi in Olanda, diminuzione del budget per il British Council. Tutto questo accade anche in Polonia: da una parte c’è un’onda di espansione, dall’altra un’onda di risacca, come avviene nel mare. Il problema è capirne le dimensioni. Qui l’onda di allargamento è molto più grande. Il bugdet del Castello è aumentato nel 2011, anno caratterizzato dai tagli in gran parte delle istituzioni italiane ed europee. Ma si percepiscono anche segnali opposti. Ad esempio, lo sciopero degli artisti ha dimostrato l’insufficienza delle condizioni in cui si trovano a lavorare. Ma il fatto che gli artisti protestino, che le istituzioni accolgano e partecipino allo sciopero, che il ministro risponda e convochi coloro che protestano subito il giorno dopo, mi sembra un segnale positivo. Credo che la situazione qui sia ancora estremamente interessante e con possibilità di evoluzione. Siamo di fronte a un possibile rischio, non lo nascondo.

Quale?
La mia idea è che la Polonia potrebbe essere l’unico Paese in Europa dove si sperimenta un modello innovativo sulla cultura, che serva a consolidare la cultura come la conosciamo oggi e che poi possa riespanderla anche altrove. Credo che ciò possa avvenire soltanto con fondi pubblici insieme a un intervento forte dei privati, non attraverso il meccanismo tradizionale del collezionismo, ma come mecenatismo, puro investimento nella cultura come valore in sé. Ne parlavo con il presidente di Pekao SA, Luigi Lovaglio e lui, che è una persona colta e intelligente, mi ha detto subito: “Però bisogna fare in fretta, abbiamo due o tre anni di tempo”. Perché capiva e ragionava già su quest’onda opposta. Se non cogliamo adesso la possibilità di rafforzare l’onda di espansione, il riflusso ovviamente arriverà. Quale sarà il futuro dipenderà anche da quello che riusciremo a fare.

Regress. Progress Performing Architecture - veduta della mostra presso CSW Ujazdowski, Varsavia

Serviranno un intervento pubblico, un intervento tra privati e immagino anche un dialogo tra le istituzioni. Si parlava di un’Amaci polacca: a che punto siamo?
Ho lanciato questa idea un po’ di volte, ma non è ancora accaduto nulla. Una cosa l’abbiamo fatta, ed è l’associazione cittadina. Siamo prima partiti con un’associazione a cinque, che poi abbiamo ripreso a tre, con Zacheta e Museo d’Arte Moderna. E vedremo se coinvolgere il Museo Nazionale, che per certi aspetti ha un peso e una struttura che vedo poco utile a essere coinvolta nelle iniziative che stiamo pensando. Stiamo già cominciando a discutere di un evento di largo richiamo a Varsavia. I tempi sono già maturi, la città lo vuole già fare, il ministro è andato a vedere la Biennale di Kiev ed è tornato con l’idea di fare qualcosa del genere a Varsavia. Di qui a breve succederà. Certo bisogna stare attenti a non fare gli errori degli altri. Secondo me è inutile rifare la Biennale di Kiev, che è una grande biennale con grandi opere, ma è la stessa cosa che si può vedere a Basilea Unlimited.

Abbiamo parlato di come Cavallucci sta cercando di cambiare il Castello Ujazdowski. Ma questa esperienza come sta cambiando Cavallucci?
Difficile rispondere quando si è in un processo, ma nel bene e nel male non credo di cambiare. Forse sto diventando un po’ più freddo, visto che mi trovo ad avere a che fare con un problema grosso, ma davvero grosso, al giorno. Per il resto non credo di cambiare molto. Le mie idee sono quelle di sempre e continuo a credere che l’arte debba servire alla società.

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