Artur Żmijewski – Nel sistema, contro il sistema

Al Castello Ujazdowski di Varsavia è in corso la prima personale di Artur Żmijewski dopo la sua curatela della Biennale di Berlino. Con lui abbiamo parlato di arte, politica, religione. E della sconfitta dell’arte critica.

Pubblicato su Artribune il 30 gennaio 2013

Nel catalogo della Biennale di Berlino criticavi duramente il sistema dell’arte, in particolare l’opera di curatori e istituzioni. Questa tua mostra all’Ujazdowski è diversa dalle altre?
Anche se critico il sistema dell’arte, come curatore della Biennale ho organizzato una mostra, con eventi, e che era anche una sorta di piattaforma di comunicazione tra le persone. Le mostre sono un format e un linguaggio che si può comprendere, che permette alle persone di ricevere conoscenza, ad esempio stando di fronte a un monitor e vedendo una selezione di video. Si tratta anche di qualcosa che dipende dal contesto, dall’istituzione artistica in cui ci si trova, se è pronta o meno per un lavoro sociale. Non voglio criticare o difendere le mostre in quanto tali, sono qualcosa che possiamo utilizzare per esporre l’arte. La questione, piuttosto, è come farlo.

Nello stesso testo proponevi un’arte in grado di cambiare la società, un’arte che sia in qualche modo politica…
Ma l’arte è politica perché il mondo dell’arte è parte del mondo, della politica, della società, dello Stato. Le istituzioni dell’arte sono parte dello Stato perché ne accettano le stesse regole e funzionano nello stesso modo di altre istituzioni: hanno un’amministrazione, regole economiche e finanziarie, impiegati, leggi sulle condizioni di lavoro. E ne rappresentano la logica brutale quando ti permetti di toccarle. Sono una macchina burocratica, in qualche modo offensiva, che ti rifiuta, per la quale sei una sorta di ostacolo, perché hai degli obiettivi, delle pretese e disturbi il normale processo lavorativo. Certo, si tratta di una caricatura, ma in qualche modo è reale. Lavorando nel sistema dell’arte, lavori con l’intero sistema, con la realtà stessa.

In Democracies vengono presentate un’ampia gamma di manifestazioni pubbliche di diversa entità. Come scegli ciò che andrai a filmare?
Sin dall’inizio, l’idea era di occuparmi di situazioni diverse. Sceglievo io stesso gli eventi, informandomi leggendo giornali e guardando la televisione. Cercavo azioni che in qualche modo potevo considerare politiche. In seguito, il gruppo di persone che lavorava con me è diventato una sorta di agenzia stampa. Alla fine non filmavo più gli avvenimenti, ma erano loro a chiamarmi, chiedendomi se volevo includere una certa manifestazione nel progetto. Quindi non si tratta soltanto di una mia decisione, ma di quella di un gruppo di persone.

Come selezioni i momenti da presentare nel video? Cerchi di proporre una documentazione neutrale dell’accaduto o ne offri un’interpretazione?
Credo che le persone siano in grado di leggere ciò che viene presentato. A volte questi film si concentrano su alcuni momenti dell’evento e in particolare sono molto importanti i discorsi, perché dichiarano qualcosa in un modo incisivo oppure interessante. Altre volte questi film sono una sorta di analisi interna allo svolgersi dei fatti. Ad esempio, durante il funerale di Jorg Haider. Durante la cerimonia ci sono vari discorsi, che parlano tutti di quale “buon uomo” fosse. Non c’è nemmeno una parola su chi fosse realmente, su quali fossero le sue proposte. Se si guarda il video con attenzione, ci si accorge che manca qualcosa, che c’è qualcosa di mistificato. E così si vede che qualunque cosa facciano, anche nel caso di un evento apolitico come questa celebrazione, si tratta di qualcosa di puramente politico, in grado di trasformare un funerale una macchina di propaganda.

Vi sono altre celebrazioni religiose in Democracies e un anno e mezzo fa hai deciso di inscenare una messa in teatro. Come sei arrivato a questa decisione?
La Chiesa cattolica ha un ruolo importante in Polonia e di fatto il governo e il parlamento sono corrotti dagli ufficiali della Chiesa, che decidono sulla legge e la influenzano. In qualche modo il progetto della messa è connesso con la catastrofe di Smolensk. Quando accadde, l’intera sfera pubblica fu completamente dominata dalla Chiesa. Tutti pregavano, presto anche i giornalisti si misero a pregare, a piangere e parlare con Dio. Un paio di giorni più tardi, si sarebbe dovuto tenere un festival teatrale ma venne cancellato a causa del lutto nazionale. Eventi musicali, proiezioni cinematografiche, qualsiasi cosa venne annullata, ma nella chiesa di Sant’Anna si tenne un enorme concerto. Ciò che era proibito ad altre persone era concesso alla Chiesa. Come reagire? Ci ho pensato a lungo e volevo toccarne un aspetto fondamentale, la celebrazione della messa. Senza discreditarla, ma utilizzandola in uno scenario che la rispettasse completamente. Per questo il modo migliore per farlo era semplicemente cambiarne la collocazione, non realizzandola in chiesa, ma in teatro.

Quali reazioni ci sono state?
Alcuni hanno scritto che era un fraintendimento, perché nello spettacolo non c’era sacralità, cosa che era ovvia fin dal principio. Altri hanno scritto che non avevo capito il rituale della messa, ma non erano in grado di dire che qualcosa era stato profanato, perché tutto era stato fatto con pieno rispetto, con professionalità.
Durante lo spettacolo, tutte le persone erano ancora più passive di quanto non lo siano in chiesa. In teatro non cantavano, non pregavano, non ripetevano gesti, ma c’era in qualche modo una tensione del corpo. Come se il corpo si chiedesse “devo forse fare qualcosa?”, come se alcune reazioni fossero impresse nel corpo. Ora dovrei forse alzarmi, dovrei sedermi, dovrei cantare?
Non vedevo l’ora di leggere le recensioni. Mi aspettavo qualcosa del tipo: “Questo spettacolo è davvero noioso!”. Era una trappola per i giornalisti. Cosa avrebbero commentato? Lo spettacolo o la messa?

In Selected Works segui alcune giornate tipo nella vita di persone dal lavoro sgradevole e pesantemente ripetitivo. Perché ne rappresenti la vita quotidiana?
Lo scopo è semplicemente mostrare la loro vita quotidiana e la loro routine. Mostro la stessa cosa, ancora una volta e un’altra ancora. Sono la maggioranza della società ed è a loro che si rivolgono i politici. Di fatto, sono loro la classe dominante.

Dominante o dominata?
Credo siano dominanti e dominati. Le città sono costruite per loro, a Varsavia lo si può vedere piuttosto chiaramente. Ci sono, ad esempio, enormi centri commerciali nel centro di alcuni quartieri. E sono costruiti per loro. Ovviamente il centro della città è creato per questa classe di nuovi capitalisti, un gotha di nuovi grattacieli, a voler dire: noi siamo nel centro della città e ne occupiamo l’estetica. Il ruolo delle persone che ho filmato è di ripetere un lavoro noioso e degradante, visitare centri commerciali ed eleggere i politici. Ed è quello che fanno. È evidente che si tratta di un errore di valutazione, stanno venerando ciò che li sottomette.

I video sono un mezzo adatto a dare consapevolezza, a produrre quel cambiamento sociale che proponi?
È uno strumento di conoscenza, può fornire delle indicazioni, dei esempi politici da seguire. Uno dei video di Democracies registra la Marcia dei Fantasmi, un’azione di Pawel Althamer con cui nel 2010 è stata bloccata la marcia dei nazionalisti nel centro di Varsavia, coinvolgendo alcune persone, vestite con i pigiami a righe di Auschwitz. È un buon esempio di arte utile: con l’arte si può bloccare una marcia di fascisti, creare una tale situazione e documentarla come esempio da seguire.

Pensi che l’arte abbia cambiato la Polonia, riducendone la censura e diffondendo un pensiero critico?
Non credo che al momento le arti visive si stiano occupando di una critica della politica dominante. Abbiamo avuto qualcosa chiamato Arte critica negli Anni Novanta. Ma, in diverse occasioni, giornalisti e artisti ne hanno dichiarato la morte. Probabilmente è stata una delle più interessanti avventure dell’arte polacca. Non si trattava soltanto di arte, ma ha rappresentato un progetto politico e sociale, molto critico verso le istituzioni, le “democrazie”, i politici. Per questo ci sono stati così tanti progetti radicali, ma non ebbero abbastanza presa. La politica terrorizzò la cultura e vinse, il progetto dell’arte collassò, anche se qualcosa ancora sopravvive. Negli scorsi anni, sono stati i direttori teatrali a cercare di utilizzare il teatro come strumento politico. Ma non l’arte. E ora possiamo osservare un nuovo processo, in cui sono le istituzioni artistiche che raccolgono potere e diventano più forti.

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