Maurizio Cattelan: back in Varsavia

Dopo l’indigestione del Guggenheim, Maurizio Cattelan torna con una mostra di ridotte dimensioni. Solo sette opere, ma la ghost track è davvero esplosiva. Siamo andati a vederla a Varsavia, dove è allestita al Castello Ujazdowski – diretto da Fabio Cavallucci – fino al 23 febbraio.

Pubblicato su Artribune, l’undici dicembre 2012

Dicembre 2000: a Varsavia viene esposta La nona ora, in una mostra a cura di Harald Szeemann. Il parlamentare europeo Witold Tomczak si scaglia fisicamente contro l’opera durante l’inaugurazione, determinando la fine dell’esposizione. Seguono le dimissioni della direttrice di Zacheta e un aspro dibattito su censura e libertà d’espressione. A distanza di dodici anni, Maurizio Cattelan torna sul luogo del delitto, ma in una Polonia molto diversa. La sua mostra è stata a lungo attesa e invocata dal pubblico, anche se un’eco dell’accaduto si legge tra le righe di avvertenza, affisse a cinquecento metri dall’ingresso: “Exhibition contains works that may cause strong emotions“.
L’inizio non è in sordina: Untitled (2007), la figura di ragazzino impiccato a un pennone, accoglierà per tre mesi visitatori del Castello Ujazdowski e passanti, con un’illuminazione notturna in grado di rafforzarne la drammaticità. All’interno, un numero ristretto di opere in dialogo tra loro. L’overture con labrador e pulcino accenna alla crocifissione femminile, tema che ritorna a pochi metri nella figura di un cavallo abbattuto con l’insegna “INRI” conficcata nel costato, mentre il duplice e straniante autoritratto su letto di morte non fa che rendere ancora più esplicita l’atmosfera crepuscolare degli ultimi anni. Temi come morte, sofferenza, colpa e solitudine riecheggiano in modo definitivo nel titolo Amen, mentre sul catalogo trovano fondamento in un’antologia di frammenti che va da Leibniz a Baudrillard, passando per Gombrowicz e Szymborska.

La mostra è efficace, in grado di mantenere alta la tensione in uno spazio limitato. Eppure a un anno dalla grandiosa retrospettiva del Guggenheim, resta una domanda: a cosa serve organizzare una personale di Cattelan dopo aver visto già “tutto”? La risposta si trova fuori dalle mura dell’Ujazdowski, in Ulica Prózna. Sui suoi due lati si sfidano i colori squillanti di facciate da poco restaurate di rimpetto a quelli dimessi di edifici in mattoni rossi sbeccati e pericolanti. All’interno di questi ultimi, dietro un vecchio e pesante portone di legno, si può scorgere una figura inginocchiata in controluce di fronte a cancello chiuso. Ai passanti che si domandano chi sia, risponde un guardiano: “To Hitler!”. Ogni dettaglio, unito alla consapevolezza di essere nel cuore del ghetto di Varsavia, contribuisce a scatenare una micidiale cassa di risonanza, rendendo improvvisamente concreta l’avvertenza iniziale.

Diventa chiaro quanto Cattelan non stia bluffando, quanto tutto sia terribilmente serio. Uno dei suoi lavori più noti e celebrati, già esposto in molteplici sedi, acquista qui un senso più profondamente tragico. Scava un vuoto nello spettore e impone silenzio. L’Hitler messo in castigo in tanti angoli di galleria si scopre simbolo tremendo di un’espiazione impossibile. E non sembra più blasfemo scomodare la paura e la compassione aristoteliche o le vertigini teologiche di Dostoevskij per descrivere ciò che l’opera e il suo contesto sono in grado di suscitare.

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