LA VITA AL DI LÀ DEL MURO

5 fotografi raccontano il quotidiano di un mondo ormai scomparso. Prima del crollo del Muro, tra Berlino e la provincia della Germania dell’Est

L”immagine di apertura è quella che in realtà chiude la mostra e idealmente la stessa storia che si racconta. Probabilmente la più evocativa, ironica e profetica al tempo stesso. Fa parte di un reportage di Sibylle Bergermann del 1984, dedicato alla costruzione del famoso Denkmal a Marx ed Engels, all’epoca “Monumento” con la “M” (o “D“) maiuscola non solo per rispetto alla morfologia tedesca. Per ironia della sorte, il ritratto di queste due statue in costruzione, i cui busti lasciano magrittianamente spazio alle nuvole, mentre le corde li ancorano al suolo con l’impressione di un prometeico supplizio eterno, sembra testimoniare molto più la foga iconoclasta della fine del comunismo, che non il pesante cerimoniale iconografico della sua esaltazione. Ma è proprio questo che manca nei ritratti di vita quotidiana che compongono la mostra di foto storiche dei padri dell’agenzia OSTKREUZ. Non c’è retorica, ideologia, ma pura descrizione. I fatti restano fatti, realisticamente, tanto da essere condannati a rimanere per anni in un cassetto, per poi fuoriuscirne e raccontare ciò che doveva rimanere celato non solo allora, ma forse anche oggi. Lo scandalo del quotidiano, ovvero quello di poter esistere, resistere, coesistere con qualunque sistema politico. Di abbandonarsi comunque al placido scorrere della normalità, anche in periodi in cui, a posteriori, nulla pare potesse essere normale.

Anche la mostra inizia al contrario, quanto il paese che non c’è più ha già incominciato a scomparire. Sulla soglia dell’ingresso campeggia una riproduzione in scala reale di un frammento dell’East Side Gallery. Il graffito ritrae una trabant che sbreccia oltre quel muro maledetto, aprendo la strada alla serie di fotografie in bianco e nero che seguono, ritrae alcuni momenti, tra le 24 ore successive al crollo del muro e il dicembre del 1989, tra euforia e stupore. Sono gli scatti del più giovane dei fotografi in mostra, Maurice Weiss, che già introducono la prospettiva che fa da filo conduttore: non è la Politica al centro dell’attenzione, ma il privato, non l’eclatante ma il normale, il racconto di com’era quel paese che non c’è più. Per questo più delle strade, sembrano parlare le case. Due differenti progetti fotografici sono giustapposti quasi casualmente, al di là dell’ordinamento dei capitoli della mostra. Una serie ritrae a distanza di 5 anni, alcuni compagni di scuola, dal momento della loro maturità nel 1978 fino ad oggi. I volti invecchiano, i corpi si afflosciano, i capelli cadono e cambiano colore, i segni del tempo lasciano indovinare destini differenti. Ma c’è un particolare che cambia in un modo molto più significativamente comune: gli interni delle case. Guadagnano ampiezza, luminosità, eleganza. Passando ad esempio, dalle pareti spoglie con due ritratti incerti di Che Guevara e Bob Marley ad un’ampio salotto con mobili in legno e tv al plasma. A poca distanza, sta il ciclo P2 di Sibylle Bergermann, che potrebbe ben figurare in un album di design d’interno dal titolo Abitare DDR. Con la sigla P2 si indicavano alcuni moderni complessi abitativi, che volevano idealmente integrare la donna nella famiglia, non separando più la cucina dal resto della casa. Le loro massicce pareti in cemento armato di questi Block non si lasciavano stravolgere facilmente, e imponevano le regole di uno spazio comune a tutti, ma all’interno del quale era ovviamente possibili innumerevoli configurazioni. La regola e gli espedienti, verrebbe da dire, indicando una delle condotte di vita più comuni di quegli anni.

C’è una curiosa duplice radice nella parola “uniforme”. Alla positiva connotazione dell’aggettivo fa da contraltare il negativo del sostantivo. Finché il termine non sta da solo, ma riesce ad affiancarsi ed essere limitato da qualcos’altro che lo accompagna, sembra un potere benevolo, che accarezza la quiete dell’ordine e approssima la saggia giustizia dell’equità. Ma in solitudine, da sostantivo, in quella stessa parola appare già l’ombra della dittatura. Il fascino di un mondo di fraterna uguaglianza ha lasciato ben altre testimonianze nei suoi tentativi di realizzazione – e certo non bastano queste righe ad analizzarne gli esiti e il destino. Vale la pena di ritornare invece su quell’aggettivo. E alcune fotografie e serie in mostra ne mostrano alcuni aspetti sorprendenti. Come il caso delle riviste di moda dell’epoca, nella DDR, di cui Sybille era una delle più popolari. Nei suoi reportage di moda presentava capi perlopiù non commercializzati, creati appositamente per la rivista dagli stilisti dell’Istituto di Moda della DDR e indossati da donne comuni, che non facevano le modelle di professione. La rivista si diceva non interessata a mostrare come le donne dovessero essere, ma come fossero realmente. Voleva rappresentare la regola, la norma e non l’eccezione.

All’opposto, l’iconografia maschile dei ritratti di Werner Mahler, è molto più cruda. I suoi minatori non dissumulano la fatica, il sudore, la sporcizia, le terribili condizioni di lavoro a cui erano sottoposti, eppure in questi scatti non si vede condanna né celebrazione. Sospendono il giudizio, descrivendo semplicemente la realtà. La fatica dei gesti viene bilanciata dalla forza che esprimono, anche se lo sguardo di Mahler è chiaramente molto più vicino alla partecipazione di Ebbet che alla fredda tensione erotizzante di Mapplethorpe. Più che i loro corpi, i protagonisti sono i minatori, anzi, ancora una volta, gli uomini e il loro quotidiano.

La stessa ricerca è ancora all’opera nelle immagini dedicate alla campagna di Berka, alle manifestazioni del primo maggio, ai volti della metropolitana di Berlino o alle tenerezze di una sala da ballo. Ritratti della vita di tutti i giorni, che come ha dichiarato Harald Hauswald, cercano di afferrare momenti in cui fosse possibile riconoscere anche quelli precedenti e quelli successivi. Talvolta, riuscendovi in modo emblematico, immortalando un’icona del futuro, come nella foto del monumento in costruzione di cui abbiamo parlato in apertura. Oppure offrendo degli sguardi rigorosamente – e pericolosamente – privati, come quelli dedicati alla contestazione degli anni Ottanta, tra riunioni clandestine di intellettuali, punk e artisti o spettacolari concerti rock all’interno di chiese protestanti. E non è chiaro se qui l’obiettivo stesse già inquadrando un futuro in arrivo, o soltanto un presente che si stava allontanando.

Anche il crollo del muro ha avuto le sue vittime. E non solo tra i collaborazionisti. Lo racconta il bel documentario di Bartek Konopka, Krolik po Berlinsku (Conigli alla Berlinese), mostrando la stessa storia da una prospettiva diversa, quella di una felice colonia di conigli che trovò per 28 anni un proprio inviolabile habitat nell’erba alta tra i due muri che dividevano l’Est dall’Ovest. Allo stesso modo, anche le fotografie in mostra offrono una prospettiva più bassa rispetto al grande passo della Storia, l’unica in grado di dare voce per un attimo ai volti e alle storie dei cittadini di quel mondo che non c’è più.

dal 22 giugno al 2 settembre 2012

DDR  – Racconti da un paese scomparso

mostra di Ute Mahler, Annette Hausschild, Jörg Brüggemann / OSTKREUZ a cura di Monika Rydiger
con fotografie di Sibylle Bergemann, Harald Hauswald, Ute Mahler, Werner Mahler, Manfred Weiss

Centro Internazionale di Cultura di Cracovia

Rynek Główny, 25 – Cracovia
http://www.mck.krakow.pl

Articolo pubblicato su Kritika, il 24 luglio 2012

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