I DIRITTI DEGLI ARTISTI

Il 24 maggio scorso, uno Sciopero dell’Arte è riuscito a richiamare l’attenzione dei media polacchi, a pochi giorni dall’inizio degli Europei, con la serrata di numerose istituzioni museali e gallerie che solidarizzavano con gli artisti, aderendo all’iniziativa lanciata dall’Obiwatelskie Forum Sztuki Współczesnej. Ne abbiamo parlato con Karol Sienkiewicz, uno degli animatori del Forum. Il 3 luglio si ricomincia a discuterne, alla Galleria Zachęta di Varsavia, insieme alla spinosa questione riguardante il futuro del museo d’arte contemporanea della capitale.

Lo scorso anno, il successo dell’iniziativa di Obywatele Kultury e la notizia di numerosi cantieri museali in Polonia ci aveva sorpreso positivamente: finalmente un’amministrazione pubblica era in grado di riconoscere il valore della cultura contemporanea! Le ultime notizie stanno ridimensionando le nostre impressioni. La costruzione del MSN di Varsavia è stata sospesa nel marzo scorso e il 24 maggio si è tenuto lo “Sciopero dell’Arte“. Che sta succedendo in Polonia?

Non è tutto oro quel che luccica. La vostra visione positiva è molto superficiale. E dovreste distinguere le dichiarazioni (!)  di ministri e governo dalla misera politica delle autorità locali. In particolare, quando tutta l’attenzione si concentra sugli Europei di calcio. Di quali “numerosi” musei stiamo parlando? Soltanto un museo è stato costruito, il MOCAK di Cracovia. Tra le autorità di Varsavia, non c’è alcuna volontà politica di costruire il Museo nella capitale. Il Museo del Contemporaneo di Wroclaw ha ora soltanto uno spazio temporaneo in un vecchio bunker tedesco. Ma il nostro sciopero non si rivolge a questo. Bisogna distinguere tra la situazione delle istituzioni e quella degli artisti. Che cosa sta succedendo in Polonia? La liberalizzazione del mercato del lavoro, il crescente numero di freelance privi di qualunque sostegno. Gli artisti si trovano in prima linea poiché negli ultimi 20 anni, dalla trasformazione del 1989, non c’è stata alcuna soluzione giuridica specifica che si sia fatta carico della peculiarità di questa professione. Per questo, la maggior parte degli artisti non sono assicurati, rimangono al di fuori degli schemi pensionistici e del sistema di assicurazione sanitaria. Ma cos’altro sta accadendo in Polonia? Che il nostro milieu artistico non si è diviso, che noi siamo uniti. A dispetto di molte tensioni, quando è necessaria possiamo parlare con una sola voce.

Una conferenza organizzata dal Forum nel marzo scorso poneva l’accento senza giri di parole sulla situazione di indigenza degli artisti. Le due domande che davano il titolo all’incontro erano: L’artista deve essere povero? E di chi ne è la colpa? Potete darci alcuni dati che permettano di identificare il problema della povertà degli artisti in Polonia?

Non è stata fatta alcuna ricerca a proposito della povertà degli artisti in Polonia. Come ovunque, c’è un piccolo gruppo di artisti che guadagna molto, o può anche essere chiamato ricco (ma non tanto quanto Hirst o altri grandi nomi). E poi c’è una massa di artisti meno abbienti, o anche poveri. Ma, ovviamente, si tratta di un tipo diverso di povertà, rispetto a quella degli operai o dei disoccupati. Essere artisti comporta un grosso rischio vocazionale. Non possiamo cancellarlo – le proprie opera possono essere esibite o meno, si può essere rappresentati da una galleria o meno, essere pagati o meno. Ma a parte questo, perché gli artisti devono anche farsi carico del grosso rischio personale di essere privati delle cure mediche, o della pensione quando saranno vecchi? Gli artisti lavorano, ma il sistema non prende in considerazione la specificità di questa vocazione. Non stiamo lottando per maggior denaro, lottiamo per cambiamenti di sistema, che prendano in considerazione i rischi con cui hanno a che fare tutti i liberi professionisti. E gli artisti tra loro.

Durante l’incontro di marzo, Zbigniew Libera sottolineò quanto “terribile” è il prestigio dato dalla partecipazione al mondo dell’altre: alle sue spalle vi sono pochi diritti per gli artisti, che non hanno supporto fiscale, e devono farsi carico autonomamente delle spese di assicurazione medica, di quelle previdenziali.. In Italia la situazione è mitigata da un diverso sistema medico garantito a tutti i cittadini, ma in Polonia la prospettiva è di rischiare non solo in prospettiva, pensando alla pensione, ma anche nel presente. Libera ricordava che quando si arriva in ospedale tra le prime domande, oltre a “Dove ti fa male?”, c’è “Hai l’assicurazione medica?”… Come può cambiare questa situazione?

Non possiamo cancellare tutti rischi che questa attività comporta e non possiamo aumentare il potere degli artisti. Quello ce chiediamo è soltanto un supporto minimo.

State pensando a un Fondo per gli Artisti? Quali modelli europei potrebbero ispirarlo e chi ne dovrebbe fare ricorso? Come si potrebbe evitare che qualcuno se ne approfitti, senza averne bisogno?

Il modello di un Fondo per gli Artisti deve essere sviluppato da zero. Nessuno di quelli che operano in Europa, in Francia o in Germania, può essere utilizzato in Polonia. Abbiamo un diverso sistema assicurativo, e un Fondo per gli Artisti dovrebbe essere in linea con esso. Non vogliamo imporre alcuna soluzione precostituita. Vogliamo svilupparla insieme al governo. Garantisco che per coloro che guadagnano di più, sarà molto più conveniente stabilire un proprio business, piuttosto che partecipare al Fondo per gli Artisti.

Una delle più comuni obiezioni contro il sostegno pubblico della professione dell’artista, è l’idea che il suo lavoro dovrebbe essere soggetto alle leggi del mercato, come quello di qualsiasi altra libera professione. Gli artisti possono vendere quello che producono, ma se non vendono nulla, allora sarebbe il caso che si cercassero un’altra occupazione… Ma come avete già sottolineato, il profitto non deve necessariamente essere una priorità della pratica artistica e, inoltre, non sempre l’arte produce oggetti commercializzabili o vendibili, ma che hanno comunque un’importanza sociale e non solo. Nel vostro comunicato sottolineate come, negli ultimi anni, la Polonia sia stata in grado di capitalizzare la popolarità e il successo degli artisti polacchi, in particolare durante la presidenza dell’Unione Europea. Tutto ciò potrà portarvi a trovare un accordo con il governo per la concessione di uno status particolare agli artisti?

Voglio ribadire che non pretendiamo alcuna tassa particolare o privilegio. Vogliamo includere tutte le persone nel sistema. I neo liberali affermano che ciò che non può essere venduto, non è degno di esistere. E che l’unica soluzione per l’arte è il mercato dell’arte. Ma ciò che può essere venduto sul mercato (per la maggior parte dipinti) non è ciò che vediamo oggi nei musei, nelle gallerie, o in opere di arte pubblica. Gli artisti visivi dovrebbero essere pagati dalle istituzioni che ne mostrano le opere o ne organizzano una personale. Ma nella maggior parte dei casi non sono pagati. Perché quello che fanno non è considerato un “lavoro” ma un “artefatto”. C’è una congettura comune secondo cui gli artisti esponendo guadagnano un capitale simbolico  che si trasforma in denaro reale sul mercato dell’arte. Mentre non funziona in questo modo. Il mercato dell’arte ha una struttura differente rispetto alle gerarchie stabilite dalle istituzioni pubbliche. È per questo che molti artisti di successo sono poveri. Non si può comprare nulla con un capitale simbolico. Per questo, non possiamo accettare una logica mercantile.

Durante la conferenza del marzo scorso, Kuba Szreder affermò che lo scioperto non poteva essere considerato una strategia efficace da seguire. Poi avete scelto di intraprendere proprio questo percorso, convincendo molte istituzioni e galleria a chiudere per un giorno, accogliendo e amplificando la vostra protesta. Come siete arrivati all’idea dello Sciopero dell’Arte?

Uno sciopero degli artisti non sarebbe stato efficace se gli artisti avessero smesso di fare arte. Non avrebbe avuto senso, poiché non sarebbe stato visibile. Abbiamo lanciato tra i membri del Forum un invito alla raccolta di idee su come dare voce alla protesta. Ci sono state differenti proposte, tra cui quella di “occupare i musei”, Ma abbiamo deciso che non avremmo dovuto occupare. Se gli artisti sostengono le istituzioni, anche le istituzioni dovrebbero supportano gli artisti. Senza gli artisti queste istituzioni non esisterebbero. Volevamo che la nostra protesta fosse visibile, e la serrata dei musei lo è stata come uno sciopero professionale. Chiudendo le istituzioni abbiamo avuto l’attenzione dei media. Chiaramente, alcuni ha detto che stavamo “punendo gli spettatori”, perché giovedì è il giorno della settimana ad ingresso libero nella  maggior parte dei musei. Ma speriamo che in tal modo abbiamo potuto raggiungere un pubblico maggiore.

Quanti artisti hanno partecipato? Siete stati in grado di fare un “blocco comnue” tra artisti noti e sconosciuti, nonostante il comune “individualismo” del mondo dell’arte?

Lo sciopero è stato simile a un gesto simbolico. Gli artisti non dovevano “partecipare” in alcun modo visibile. Ma il Forum è un “blocco comune” di artisti noti e meno noti, ma non solo tra di loro. Ne fanno parte anche direttori, curatori, critici, collezionisti e altri ancora. Il nostro potere è la nostra unità.

Qual’è stato il risultato dello sciopero? Cosa farete se il governo non vi starà a sentire? Pensate di inasprire la protesta?

Il ministro della cultura ci ha dato il suo sostegno e vuole collaborare. Speriamo che con il suo aiuto sia possibile raggiungere almento alcuni dei nostri obiettivi. Ma non accadrà in una notte.

Il MOCAK ha rifiutato la serrata. In risposta avete chiamato al boicottaggio dell’istitutuzione. Cosa vi ha indispettito maggiormente, oltre alla decisione di non accogliere la vostra protesta?

Non abbiamo ricattato nessuno. Se un’istituzione o un direttore non volevano partecipare, abbiamo cercato di convincerli, ma non abbiamo condannato nessuno di coloro che hanno rifiutato di sostenerci. Tuttavia, due giorni prima dello sciopero, la direttrice del MOCAK, Anna Maria Potocka pubblicò una dichiarazione e la diede alla stampa, affermando che lo sciopero era una strategia sbagliata e che il governo stava facendo la giusta cosa cercando di privare gli artisti della possibilità di detrarre il 50% dei costi dalle loro tasse. In questo modo, cercava di screditare i nostri sforzi. Ha giocato contro l’unità e la solidarietà del nostro milieu. La nostra prima reazione emotiva è stata di scrivere sulla pagina di facebook che dissentivamo con quanto aveva scritto e chiamavamo ad “un giorno di boicottaggio del MOCAK” (lo stesso giorno dello sciopero). Ma non vogliamo avere alcun conflitto con il MOCAK, o chiunque altro. Non condanniamo nessuno. Speriamo che Potocka prenderà finalmente parte all’intero processo di negoziazione e definizione del nuovo sistema.

I vostri primi refenti sono le istituzioni artistiche. Cosa accadrebbe se si rifiutassero di supportarvi? Possiamo immaginare un’emigrazione di massa dell’arte dalla Polonia, un mondo in cui le mostre degli artisti polacchi contemporanei si tenessero soltanto all’estero?

Non so cosa potrebbe accadere. I direttori delle più grandi istituzioni di Varsavia erano presenti agli incontri in cui vennero prese queste decisioni. Sarebbe stato molto difficile farlo senza di loro. Ma non prendiamo decisioni per conto di nessun altro. Tutte le istituzioni devono decidere autonomamente. Non c’è sicuramente nessun rischio che gli artisti debbano emigrare. Ma, ora, chi è assicurato lo è in Francia o in Germania, oppure ha comprato un pezzo di terra, per potersi dichiarare contadino e accedere al Fondo per gli agricoltori, visto che qualcosa del genere esiste in Polonia.

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Karol Sienkiewicz, critico e curatore, è uno degli animatori dell’Obywatelskie Forum Sztuki Współczesnej fin dalle sue origini.

Articolo pubblicato su Kritika, il 2 luglio 2012

 

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