«VEDERE LA VOCE»

Se in principio è il Verbo, alla fine sembra stare l’immagine. L’Apocalisse è in prima istanza  visione, rappresentazione allucinata e allusiva, ricca di similitudini ed opposizioni simboliche. Come corrisponde la mostra Il mito del Vero | Apokalips all’andamento del racconto di Giovanni?

Giacomo Maria Prati: Hai colto l’essenza dell’Apocalisse e di Apokalips: lo scambio fertile e continuo fra narrazione e figurazione. Nelle visioni di Giovanni il Libro viene addirittura inghiottito e all’inizio della visione il profeta si volta per “vedere la voce”! La carnalità e la ricchezza immaginale del testo di Giovanni ha sempre influenzato l’arte: dalle icone bizantine ai surrealisti e a De Chirico. La sfida che ho tentato, in versione minimalista, quasi intima, è far incrociare l’intensità narrativa di un pittura figurativa ricca di carica simbolica e quella di una performazione plastica molto concreta, con suggestioni psico-sociali attuali. In modo che l’Apocalisse antica potesse fare da medium e filtro ricostruttivo dell’idea del reale, riannodando fili che vanno da Gioacchino da Fiore e Isaac Newton a Umberto Eco, Pietro Citati e Sergio Quinzio. Le opere sono giustapposte proprio per radicale contrapposizione (come avviene per Nannini e Cardena) o per complementarietà (come Robusti e Barile) in un gioco tragicomico che esorcizzi le paure e riapra alla speranza di una trasformazione non solo distruttiva.

Come sono state scelte le opere e gli artisti che partecipano a questa mostra?

Alcuni artisti hanno recepito la mia visione di un’apocalisse quale categoria linguistica senza tempo, forma vuota ma formante, istanza radicale di verità e smascheramento. Un’accezione non retorica e non catastrofista. Ho accolto quindi l’esito della loro libertà artistica nel metabolizzare un brainstorming condiviso e ne sono uscite opere pensate ad hoc per Apokalips come Nella mano teneva sette stelle di Doriano Scazzosi, o Types di fine impero di Nicola Nannini, qui addirittura “guidato” curatorialmente a esprimere un senso sociologico attuale del concetto di Apocalisse, tentando di dare accenno a molte sue differenti declinazioni. In altri casi, il dialogo con l’artista è stato altrettanto fecondo nel selezionare l’opera ricontestualizzandola. Per altri artisti sono andato “a colpo sicuro” come con Saturno Buttò, dalla cui opera non mi sono stupito di veder tirar fuori una Babilon Sylvia, o con Verlato la cui tensione comunicativa è quasi sempre implicitamente “apocalittica”. In generale posso dire che il fattore decisivo è stato il senso del ritmo narrativo, la dimensione del tempo che è intrinseca all’opera quale visione che si autoimpone. Un pensiero strettamente iconologico, mitopoietico. L’Apocalisse ci parla sempre di un tempo ciclico, di un eterno presente, della manifestazione di un qualcosa che già c’è.

È stata questa esigenza di manifestazione del reale che ha portato alla scelta di un largo parterre di artisti dagli stili tanto eterogenei?

Sì. Come nell’Apocalisse la visione mistica appare super-inclusiva assorbendo ogni tipo di linguaggio – politico, cronachistico, economico, poetico, famigliare – e mixa cultura greca con quella ebraica, così nella società della complessità linguistica e identitaria serve anche una certa quantità di artisti, oltre che la loro qualità, per focalizzare e articolare l’approfondimento. Quello che conta è come oggi si percepisce e si reagisce all’idea dell’Apocalisse. Non possiamo che utilizzare plurime declinazioni che assumo anche il ruolo di stilemi e cifre personali, non solo tipologiche.

Giunta al suo terzo appuntamento, Il mito del Vero ha mappato e dato ampio spazio ad una pittura che declina al presente temi di lunga tradizione. Quanto sono diffusi oggi l’interesse e la pratica di una figurazione alla ricerca di un linguaggio esoterico e simbolico?

Come ha più volte evidenziato Demetrio Paparoni oggi l’arte è in fase di riflusso, di restaurazione, di risacca, cioè ritorna alle radici delle avanguardie e alle stesse tradizioni tecniche e artigianali. Ma tutto ciò non significa che sia un’arte di livello o ricchezza inferiore alle “correnti” degli anni 60/70… Anzi, mi sembra che stia riscoprendo e riformulando giacimenti linguistici e iconologici latenti ma ancora vivissimi, superando la dipendenza ancillare dal mito ideologico della tecnologia.  Come dice il suo nome, il “Discorso”, cioè il “Mito”, oggi tende alla ricostruzione di un tessuto connettivo. Ritengo che il vero rivoluzionario sia chi opera quasi dimenticando le avanguardie; fatto impossibile a livello inconscio, culturale o anche istintivo, ma possibile idealmente. Questo approccio libera energie anche per la performazione. Basti pensare allo stupendo neobarocco del Museo di Storia Innaturale di Dario Ghibaudo. Oggi sono certo che l’interesse per una figurazione densa semanticamente e simbolicamnete sia ancora forte, anche all’estero (come nell’opera dell’americana Anne Harris), anche se ritengo il ciclo Il mito del Vero una testimonianza che è stata utile, anche emblematicamente, ma oggi conclusa. Mi affascina ora la performazione. Vincere cioè la sfida figurazionale e narrativa nel campo più difficile.

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Giacomo Maria Prati lavora a Milano quale funzionario amministrativo in un Istituto del Ministero Beni Culturali. Dal 1999 si occupa di eventi culturali con  l’associazione “Il Leone e la Rosa” di cui è fondatore. Dal 2005 cura eventi artistici  e scrive di simbolismo, iconologia, miti e immaginari esoterici. Sui articoli sono stati pubblicati su Secreta Magazine, Arte e Fede, Acacia, Academia, Aperitivo Illustrato.  Nel 2011 ha ritradotto dal greco i testi dell’Apocalisse  e del Cantico dei Cantici.

Articolo pubblicato su Kritika, il 28 giugno 2012

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