Arte, politica e cambiamento sociale

Non si tratta di parlare o mostrare delle cose,
ma di proporre delle soluzioni.
Tania Bruguera

In principio fu la performance ad aprire la strada a un nuovo rapporto con lo spettatore. L’opera non poteva darsi a prescindere dal presenza di un pubblico. L’arte si fece attivismo, disarmadosi nell’edonismo reganiano, per ritornare sotto forma di arte relazionale. L’autore non morì, ma scoprì di non poter restare solo. L’opera si fece evento e creò comunità effimere dalla durata variabile. Nei nodi di questo percorso aggrovigliato si trova la ricerca di una liberazione dell’arte dalla sua definizione istituzionalizzata, il tentativo di sfondare le sue quinte per entrare in contatto diretto con la realtà. Un percorso accidentato, che restava ancora a un livello potenziale e simulato. Mancava ancora un colpo di spalla per rompere l’ultima parete.E il miglior modo per farlo era rimettere in questione il momento fondante della divisione tra l’arte e la vita. Ci ha pensato un paio di anni fa Tania Bruguera (L’Avana 1968, vive e lavora a New York), quando al Queens Museum of Arts ha esposto un’opera esattamente identica alla celeberrima Fontana di Marcel Duchamp. Lo stesso modello di orinatoio con la medesima firma “R. Mutt” veniva installato nel bagno degli uomini, in modo che fosse funzionante e utilizzabile. “Lo puoi vedere e ci puoi pisciare dentro”, dichiarò la stessa artista durante la presentazione. All’epoca, Bruguera era
già una delle più note performer contemporanee, conosciuta per le sue reinterpretazioni dell’opera di Ana Mendieta o la performance con rivoltella e roulette russa della Biennale del 2009. Nelle sue opere precedenti aveva cercato di spingere la performance verso un’arte di comportamento (Arte de conducta), cercando di esplicitare attraverso una didattica feroce le dinamiche del potere e le strutture di controllo analizzate da Michel Focault.
Come Tatlin’s Whisper #5, in cui costrinse il pubblico al confronto diretto con due poliziotti a cavallo e le tecniche poliziesche di controllo dei movimenti della folla. Per quanto efficaci “didatticamente”, questi lavori rimanevano a un livello di rappresentazione, riuscivano a colpire il pubblico, a manifestarne reazioni reali, ma limitandosi a una presa di coscienza più o meno incisiva.
È difficile identificare con chiarezza un momento di svolta nell’attività di un artista. Eppure, l’esposizione del Queens Museum sembra avere la forza di un manifesto programmatico. Ha un potenziale simbolico esplosivo, in grado di spazzare via quasi un secolo di oziose ridiscussioni estetiche sul valore o lo statuto dell’opera d’arte. Compiuto il parricidio e liberatasi dal fardello della concettualità, il passo successivo è farsi carico della domanda sull’utilità dell’arte, rispondendovi con degli esempi concreti. L’arte deve essere utile, in grado di entrare non solo in gallerie e musei, ma nelle case e nelle vite delle persone, come ha affermato l’artista cubana in un workshop sull’arte utile nell’aprile scorso. Il suo ultimo progetto, Immigrant Movement International, segue questa linea. Si tratta di un vero e proprio movimento collettivo, di cui Bruguera si riserva esclusivamente il ruolo di “iniziatrice”. Sfrutta alcune strutture della politica, come l’azione di lungo periodo, definendo un’agenda quinquennale di attività, la necessità
della partecipazione, lo sviluppo di una rete di alleanze istutuzionali, l’identificazione di finalità concrete da raggiungere. L’obbiettivo principale è la ridefinizione dell’identità migrante, modificandone la percezione nelle società in cui vivono. Inizialmente limitata alla babele del Queens, dove organizza settimanalmente occasioni di formazione, discussione e incontro, l’iniziativa ha raggiunto una diffusione internazionale, attraverso la stesura e presentazione dell’International Migrant Manifesto. Uno degli strumenti principali utilizzati dal movimento è l’Arte Utile, intesa da Tania Bruguera come una serie azioni e interventi che hanno le loro caratteristiche principali nella destinazione sociale e nel proporsi come soluzioni a dei problemi, senza limitarsi a indicarli o evocarli. Superando la rappresentazione, facendosi veicolo di cambiamento – e correndo anche il rischio del fallimento – i processi che vengono messi in atto dal movimento cercano di rompere le barriere tra informazione e disinformazione, da un lato, e quelle tra linguaggio comune e linguaggio artistico, dall’altro. Non vagheggiano di ideali utopici, ma si confrontano con condizioni immediate, reali e urgenti. La loro efficacia, proprio perché si tratta di proposte e metodologie politiche, non potrà che giudicarsi dai loro risultati, ed è probabilmente troppo presto per farlo, essendo trascorso solo il primo anno di un progetto quinquennale. Ma sicuramente, il fatto di introdurre un nuovo criterio nella valutazione di un progetto artistico, indica che si è già riusciti a modificare il paradigma di riferimento. Già Beuys ci aveva avvertito che il silenzio di Duchamp era stato sopravvalutato. Ora sembra che, finalmente, si possa riuscire a superarlo.

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