Confini del corpo

La conoscenza del nostro corpo è un dato immediato. Ne decifriamo espressioni e sintomi, scontiamo i suoi limiti, rimaniamo abbagliati dalla sua bellezza e turbati dalle sue imperfezioni. Tutto ciò ce lo fa apparire come un aspetto quotidiano, ovvio, scontato. Eppure, proprio per questa sua immediata prossimità, rimane qualcosa che ci è in gran parte sconosciuto. Il suo mistero è quello di una realtà che è identica nel suo divenire. Se apriamo la nostra mano e ne fissiamo il suo palmo, possiamo riconoscerne i contorni e la superficie, intuire muscoli e ossa sottostanti, immaginare un destino nelle sue pieghe. Nulla di tutto questo sopravviverà nell’arco di quattro o cinque anni. Quella mano sarà ancora la nostra, ma a livello atomico non ne sarà rimasto un solo frammento. Per questo è nel nostro corpo la ragione, più che nella nostra migliore sapienza, come affermava Nietzsche. Corrisponderle significa soprattutto metterne in discussione l’identità, perlustrarne i limiti e oltrepassarli. I confini del corpo sono per Giovanni Manzoni Piazzalunga ed Emila Sikorova ragione del mezzo che prediligono, il disegno. I loro contorni emergono dalla carta in un dedalo di linee marcate, fresche, immediate, cercando di corrispondere alle seduzioni delle carnalità che rappresentano. Ma vi sovrappongono una dimensione ulteriore, in grado di farne un immaginario, animato da leggi proprie che oscillano tra la costruzione architettonica dell’immagine e libertà di associazioni oniriche. Il corpo sognato non ha tempo, esiste al di fuori della necessità di un’identità stabile, è più ambiguo e le sue seduzioni insidiano più maliziosamente. Giovanni ed Emila ne esplorano le diramazioni, come se improvvisassero su una traccia nota, entro i confini tracciati della riconoscibilità dell’immagine, ma con la libertà di costruirvi all’interno tutto ciò che possono e possiamo desidere.

Giacomo Vanetti rimette in discussione i contorni del corpo femminile, ne mette alla prova la grazia, costringendola a pose estreme e lasciando evaporare la definizione della sua immagine. Ne risultano delle impronte evanescenti, eteree, che rimangono nel limite entro il quale le loro forme ancora non si negano e resistono alla sfocatura quanto alla fatica della posa. Perdono gravità, sollevandosi nella dimensione del ricordo. Seducono malinconicamente, sfuggenti e inafferrabili.

Reincarnando l’opera di Francesca Woodman, Justyna Górowska cerca di mostrare quanto siano deboli i confini tra il corpo e ciò che lo circonda. Più che il limite della grazia le sue opere ricercano la natura, situandosi in una dimensione in cui l’identità è quella del tutto e non più – soltanto – quella del proprio sé. Perseguono impermanenza e insostanzialità quanto l’insegnamento del Buddha, pur essendo prive di illuminazione. Il vuoto che scavano è quello di una domanda metafisica incarnata, che punta l’indice sulla soglia tra essere e non essere, dove inizio e fine si fanno incerti. Tutto quello che resta sono soltanto brevi movimenti da ripetere senza posa, come una foglia ormai ingiallita su di un ramo. Un esercizio necessario quanto quello del respiro, ma che cerca di aprire una finestra su ciò che viene oltre, una volta che l’afflato vitale sia terminato.

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