Disegnare una forma che pensa – Il cinema italiano nel manifesto polacco

Con “Roma città aperta”
l’Italia ha riconquistato il diritto di una nazione di guardarsi in faccia.
Allora è arrivato lo strano raccolto del grande cinema italiano.
Tuttavia, c’è una cosa strana.
Come ha potuto il cinema italiano diventare così grande
visto che nessuno, da Rossellini a Visconti, ad Antonioni a Fellini
registrava il suono con le immagini?
Un’unica risposta:
la lingua di Ovidio e Virgilio, Dante e Leopardi
era finita nelle immagini.
Jean-Luc Godard

La Seconda Guerra Mondiale è stato un terribile spartiacque nella storia del Novecento. L’eco dei suoi orrori si è ripercosso senza tregua sui decenni successivi, accompagnando con tragici ricordi le difficoltà materiali di una popolazione alle prese con città in macerie ed economie che faticavano a risollevarsi. Dure esperienze che hanno influenzato la produzione culturale in ogni campo, dall’arte al design, dalla letteratura alla filosofia. Il cinema non venne escluso, in particolar modo in Italia, dove devette confrontarsi con problemi di riconversione produttiva, dopo essere stato asservito tanto quanto l’industria pesante alle esigenze belliche e di propaganda del regime.
Le risorse a disposizione erano limitate, ma l’esigenza di testimoniare il proprio tempo fece sì che grandi registi riuscissero a scoprire un modo semplice e diretto di “fare cinema”, lasciando che a parlare fosse l’esistenza stessa. Le storie quotidiane di quegli anni, i piccoli e grandi drammi di umili personaggi diventarono materia narrativa e specchio autentico della realtà, trovando i propri protagonisti tra i suoi stessi testimoni. Avvenne così il “miracoloso raccolto” del grande cinema italiano, capace di inventarsi dal nulla, lasciando, come ha suggerito Godard, che il pensiero si facesse immagine e l’immagine parola, linguaggio, poesia, nella tragedia quanto nella commedia. Malinconia, delicatezza e fantasia sono le parole chiave attraverso cui descrivere i capovolavori che con ironia e sensibilità hanno caratterizzato il cinema italiano dalla fine della Seconda Guerra Mondiale fino alla fine degli anni Sessanta, quando lo sviluppo economico lascerà emergere le contraddizioni di una società alle prese con radicali cambiamenti. Quelle stesse parole si adattano a descrivere le tonalità emotive dominanti nell’arte polacca del manifesto che si sviluppò in modo altrettanto sorprendente nello stesso periodo. Alle sue origini c’era ancora il secondo conflitto mondiale, che aveva lasciato il paese in ginocchio, confinandolo inoltre sotto l’influenza sovietica.
A dispetto della rigidità del comunismo verso le arti, il manifesto si rivelò un’isola felice. Il suo statuto di arte applicata, in cui il messaggio da veicolare aveva un ruolo predominante e ben definito rispetto alle arti pure, lo mise al riparo dalle ostilità di regime, essendo peraltro immediatamente utilizzabile come strumento di propaganda. Questo favore si diffuse anche sulle altre forme di mediazione del manifesto, come la comunicazione di spettacoli, mostre, film ed eventi. Inizialmente, i suoi autori sfruttarono le concessioni del regime aggirandone le convenzioni attraverso una pratica metaforica e giocosa dell’immagine, che trovava in motivi fantastici e colorati un efficace antifona al grigiore delle norme estetiche del realismo socialista. Un altro importante fattore che favorì il manifesto polacco, fu lo smarcamento da una funzione limitata all’informazione pubblicitaria. Questa libertà dall’immediato riscontro economico permise al manifesto polacco di emanciparsi, diventando noto in tutto il mondo per la grande libertà di espressione lasciata ai suoi artisti, liberi di interpretare a proprio modo i messaggi da comunicare.
Già nel 1947, Eryk Lipiński e Henryk Tomaszewsky trovano un accordo con il distributore nazionale cinematografico per la realizzazione di nuovi manifesti per i film in visione in Polonia. Svilupparono poster dallo stile spontaneo e immediato, interpretando la trama o le atmosfere dei film a cui erano dedicati attraverso linee agili, stravaganti, che lasciavano fluire il testo secondo modalità di significato autonome. Vi trasportarono quella libertà di composizione, di accostamento dei colori, di reinvenzione delle forme che avevano appreso durante il loro praticantato da illustratori e caricaturisti all’interno del popolare magazine satirico Szpilki. Le loro opere vennero inizialmente tenute ai margini, ma dopo il disgelo i tempi erano finalmente maturi per raccogliere i frutti del loro lavoro. La personalità e l’originalità diventarono così i tratti dominanti di quella che venne definita la “Scuola polacca del manifesto”. Grazie all’estro e all’inventiva dei grandi artisti che vi si dedicarono, il manifesto polacco diventò un vero e proprio settore artistico, a cui già nella metà degli anni Cinquanta venne dedicato un autonomo percorso di studi all’Accademia di Belle Arti di Varsavia. Ai due maestri si aggiunsero altri protagonisti, tra cui sono da ricordare lo stile energico di Jerzy Flisak, la maestria artigianale di Hubert Hilscher, l’equilibrio nella gestione di colore ed emozione di Julian Palka, il minimalismo di Leszek Holdanowicz, il lirismo espressionista di Maria Ihnatowicz, la straordinaria prolificità di Waldemar Swierzy, le immagini estreme ed enigmatiche di Franciszek Starowieyski, la libertà espressiva di Jan Lenica. Stili fortemente personali, con cui gli artisti interpretano le atmosfere di fondo e i contenuti dei film cui erano dedicato, accettando da un lato che il manifesto fosse un veicolo di informazione, ma ribadendo che il suo valore intrinseco non andasse cercato nel messaggio letterale, ma soprattutto in quello estetico.
Libertà di interpretazione, fantasia, creatività furono i punti d’appoggio per sollevarsi dalle ristrettezze dei pochi e scarsi mezzi a disposizione, come ha ricordato Mieczysław Górowski: “Avevamo tecnologia arretrata, carta povera, stampa di bassa qualità, ma proprio per questo abbiamo avuto degli artisti eccellenti, che si sono accorti che il manifesto poteva essere una forma di espressione molto interessante, giocando un ruolo importante nella comunicazione tra l’uomo e l’artista, situandosi a metà strada tra l’arte pura e quella applicata… capirono che il manifesto poteva avere un grande valore. Per questo fecero di tutto per compensare le carenze tecnologiche. Se la carta era povera, la vernice non buona, bisognava migliorare i valori, il contenuto, le idee. L’effetto fu tale da andare nella direzione di un approfondimento della poesia, della metafora, dell’attenzione al lettering, della sua integrazione con l’immagine, della costruzione complessiva. E proprio questo è stato riconosciuto a livello mondiale come il contributo più importante della Scuola polacca del manifesto. Ovvero la poetica, il carattere metaforico, l’approfondimento dei contenuti da un lato, e dall’altro l’importanza della sua costruzione manuale”. “La poesia è una forma di resistenza”, ricorda Jean-Luc Godard all’inizio del suo omaggio al cinema italiano. E ancora Górowski sottolinea come la poesia sia stata una risposta alla difficoltà strumentali e politiche in cui si sono trovati gli artisti polacchi in questi anni. Si spiega forse proprio in questa poeticità nata da umili origini e difficoltà comuni, la straordinaria sintonia che il cinema italiano ha trovato sulle locandine polacche. I tratti principali del manifesto polacco sono gestualità pittorica, linee sinuose e colori vibranti derivati dall’arte popolare, a cui si aggiungevano umorismo, fantasia e la mancanza di un orientamento commerciale. Il messaggio da comunicare più che un invito al cinema, dava un’interpretazione del film, la proposta di uno sguardo su di esso, un’indicazione sul suo tema o sulle sue atmosfere. Non si voleva soltanto invogliare alla sua visione, ma la si anticipava, offrendone un rapido assaggio. Il contributo maggiore dato dal manifesto polacco alla grafica contemporanea sta proprio nella sua capacità di suggestione, orientando il pubblico e disponendolo in un atteggiamento particolare. Per sviluppare questa capacità di affabulazione, gli autori dei manifesti sfruttano due componenti essenziali: l’emozione e la fantasia. E non è un caso che si trovi una particolare corrispondenza con le atmosfere del cinema italiano, che ha avuto proprio in emozione e fantasia due dei suoi tratti principali. Forme, colori, espressività trovarono corrispondenze e suggestioni
nei profili e nei volti dei principali attori italiani, da Totò a Vittorio Gasman, da Alberto Sordi a Sofia Loren. Ma trassero ancora maggiore fonte di ispirazione dalle atmosfere create dai nostri grandi registi, nella liricità di De Sica come nella fantasia di Fellini, confrontandosi con un immaginario capace di restare in equilibrio tra dramma e commedia e dando vita al disegno di forme che suonavano le stesse corde, in grado di far pensare, sorridere e commuovere.

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