Architetture di carne, seduzioni di carta: Giovanni Manzoni Piazzalunga

Non siamo più fanciulli: e pur troppo non siamo; ma il poeta deve illudere, e illudendo imitar la natura, e imitando la natura dilettare: e dov’è un diletto poetico altrettanto vero e grande e puro e profondo? e qual è la natura se questa non è? anzi qual è o fu mai fuorché questa?

Giacomo Leopardi

Quanto sembra lontano il diletto di Leopardi, dal nostro! Eppure alla sua base si trova lo stesso desiderio che ancora imperversa con immutato vigore anche se, forse, con minore mistificazione. Piacere e diletto sono sensazioni dell’immediato, pre-coscienti, in grado di negarsi se indagate razionalmente. Ed è per questo che  è tanto difficile ricrearle artificialmente. Basta un rapido sguardo al suo studio per constatare quanto ne sia consapevole Giovanni Manzoni Piazzalunga. Ogni superfice verticale e orizzontale è ricoperta da studi a matita su fogli di carta. La rapidità del disegno, la sua spontaneità priva di mediazioni è il frutto di una pratica paziente e attenta. Non si tratta soltanto della cura manuale della forma, del rispetto delle proporzioni, della conoscenza dell’anatomia e di un’eccellente capacità di raffigurazione. La verosimiglianza è quasi un accidente, un semplice elemento di partenza attraverso il quale costruire delle vere e proprie architetture basate su assiomi e postulati corporei. Foglio dopo foglio, ciascuna forma chiama la successiva, la suggerisce e le si accomoda a fianco, pretendendo la creazione di uno spazio sempre più allargato. Ed è probabilmente questo aspetto costruttivo a far sì che il disegno debba assumere una dimensione monumentale. Una volta conclusa la fase di studio, le sue opere prendono forma compiuta su mosaici di fogli di carta, in grado di raggiungere i 5 o i 10 metri di lunghezza. A questo punto il disegno scorre rapido, utilizzando materiali semplici, matita, pastello, carboncino, e trovando nell’utilizzo della macchia uno dei loro tratti peculiari. Il caffè impregna la carta, scivola al di sotto del disegno, e lo spinge in superfice, quasi lasciandolo affiorare in rilievo sulla carta. La stessa monumentalità richiama la creazione di iconografie altrettanto dense e complesse, impegnate in racconti anarchici e visionari. Ecco allora che la geometria dei corpi e le loro seduzioni fanno in grado di fare spazio a supereroi e divinità, scienziati e Satiri, in un Pantheon dai riferimenti imprevedibili e in continua ridefinizione.

Come costruisci le tue immagini. Nel tuo studio è evidente il lavoro preparatorio, tra bozzetti, studi e disegni appesi alle pareti. Sono evidenti i tentativi, gli esperimenti, le verifiche a cui sottoponi l’architettura dell’immagine. Mi piacerebbe discutere di come sviluppi un’idea, di come cresce attraverso questo lavoro corpo a corpo con la carta…

La carta rappresenta per me il punto di partenza. È il mezzo più semplice su cui si può sperimentare e, perché no, fantasticare. Di Dürer apprezzo molto più i disegni che i lavori finiti. Li giudico più freschi e genuini. Sono sempre stato affascinato dai cartoni del Cinquecento e, tanto per restare sulla carta, vedo nascere lavori fantastici come graphic novel o tavole straordinarie che solo adesso iniziano a farsi apprezzare in – ancora poche – gallerie d’arte.

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