Promesse in equilibrio. Ovvero gli arabi a Venezia

Quali forme può assumere una promessa? Quali il futuro, quali il cambiamento? Un gruppo di artisti provenienti dal mondo arabo ne affronta la presenza estetica, con equilibrio e delicatezza. Succede a Venezia, collateralmente alla Biennale.

Nella prospettiva pan-araba scelta da Lina Lazaar, la promessa è soprattutto una matrice estetica, un’espressione del rapporto tra forma e contenuto, e di riflesso di quello tra opera e spettatore, al di là della mera rappresentazione. La mostra è costruita su un delicato equilibrio, che si riflette in tutte le opere che la compongono. Le contraddizioni e i conflitti del mondo arabo, i problemi dell’emigrazione, la volontà di cambiamento sono temi presenti, ma affrontati con delicatezza, quasi di sfuggita. Si preferisce suggerire piuttosto che ostentare, quasi si rispettasse quella tradizione afigurativa e ornamentale che è stata tra i principi dell’arte islamica.
Così è anche per la guerra, affrontata con ironia spiazzante negli annunci immobiliari di Taysir Batniji, che accompagnano fotografie di case distrutte durante l’ultima occupazione della striscia di Gaza. Oppure nella pittura di Ahmed Alsoudani, che ritrae lo strazio di corpi esplosi nella Guernica irachena, trasponendoli in un complesso dalla dimensione quasi astratta di puro movimento, appena in grado di svincolarsi dai particolari tragici che lo compongono.

L’evocazione non esprime soltanto il pudore dell’artista, ma costringe lo spettatore a scrutare la forma al di là dei suoi camuffamenti. Come nell’opera di Lara Baladi, la cui Rosa contiene migliaia di promesse sul futuro, segnate da fondi di caffè, che danno l’illusione di forare la superficie di gesso bianco su cui sono stampati. O ancora nel video di Jananne Al-Ani che a volo d’uccello affonda sempre più profondamente lo sguardo sui resti di città ombra, tra segni antichi e contemporanei sperduti nel deserto. Driss Ouadahi, infine, ci spinge a scavare nelle immagini per oltrepassarle, attraverso la pittura di recinti che si fanno occasione per evadere nello spazio a cui precludono l’accesso.
Visto il tema, lo spettro delle promesse fatue della politica non può essere evaso. Ecco allora che per Mounir Fatmi le bandiere si fanno simboli indifferenti, da cambiare con il volgere delle stagioni, o da spazzare via con la primavera, come accaduto in Egitto e Tunisia. Ma la forma si può imporre sulla realtà, travalicandone le possibilità, fino a farsi essa stessa promessa. Così Nadia Kaabi-Linke realizza il sogno di un tappeto volante, in un reticolo di metallo leggero, che riempie lo spazio con la sovrapposizione delle sue ombre. Mentre Ayman Yossri Dayban ricama le vesti dei pellegrini alla Mecca in una piramide rovesciata, come monito affichè chi governa sappia mettersi al servizio del proprio popolo e sostenerlo.

Articolo pubblicato su Artribune il12 luglio 2011

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