Immagini in fuga – Intervista a Renzo Marasca

Pubblicato su Kritika il 12 giugno 2011

Renzo Marasca - Untitled, 2011- olio su tela - 85x80 cm - courtesy of the artist

I quadri di Renzo Marasca hanno un andamento febbrile, violento, istintivo. Eppure la scomposizione dello spazio, la deformazione delle figure, le cancellature sembrano seguire una precisa strategia di frantumazione, o meglio, di scioglimento e corrosione formale. Da un lato, creano lo spazio per un traboccamento dionisiaco della pittura sulla tela. Dall’altro, il caos non è mai lasciato a se stesso, ma viene ricondotto a una primordiale unità, riaffermata attraverso titoli spesso dalla semplicità spiazzante. In tal senso, non si tratta di “espressioni”, ma al contrario, la lotta sul campo della pittura ha lo scopo di annientare qualunque sé significante, conscio o inconscio che sia, per liberare le immagini e strapparle alla dittatura del senso che autore e spettatore vi impongono. Creano così visioni autonome che si fanno fluide e indipendenti.

A chi ti ispiri, chi è stato importante per la tua pittura?

Ho sempre guardato con molto interesse e stima tutta la pittura “pura”. Per questo gli artisti che stimo sono molti, ma i miei capisaldi sono stati Van Gogh, Bacon, Modigliani, Licini, Gerard Richter, De Kooning, i Neue Wilde e la Bad Painting. Ma, non venendo da un percorso di studi accademici, la mia “auto formazione” si è sviluppata attraverso un approccio all’arte totalmente personale e libero da insegnamenti scolastici; quindi il mio lavoro è nato da una serie di passioni e di esperienze che, in qualche modo, mi hanno influenzato. Mi riferisco, ad esempio, alla mia passione per il motociclismo, la boxe, la lettura, ma anche alle mie esperienze lavorative nel mondo operaio che, nel tempo, mi hanno aiutato a capire anche certe dinamiche sociali e culturali, che continuo ancora a osservare da debita distanza.

Mi incuriosiscono questi aspetti extra-accademici della tua formazione. Di che cosa ti senti debitore rispetto al motociclismo, alla boxe e all’esperienza operaia?

Fondamentalmente non mi sento debitore verso nulla di tutto questo. Però è la mia storia e quindi credo di essere stato influenzato dal mondo che più conoscevo e del quale, in qualche modo, facevo parte. Posso dire, con il senno del poi, che l’eccitazione, la concentrazione, il pericolo e la carnalità di queste discipline, le trovo sempre molto interessanti e ne vengo continuamente attratto. Se è vero che l’arte non si insegna, ma la si apprende e che il quotidiano influenza e influisce addirittura sulla visione delle cose, allora miei “maestri” sono state queste esperienze di vita. Il lavoro e specialmente quello operaio o di “bassa qualificazione” è la nuova forma della subordinazione, imposta non più da differenti classi sociali. Non c’è più la lotta di classe, non esiste più quell’entità che negli anni Settanta veniva additata come “nemico”. Oggi non vediamo più un nemico e tutto questo ci porta a una condizione nuova, fino a prima addirittura inimmaginabile. Credo che tenendo gli occhi aperti e stando a contatto per molto tempo con questa realtà, si possa intuire una nuova condizione che come sempre parte dal basso e si estenderà prima o poi a tutto. Stanno cambiando i ruoli e ancora non ce ne sono di specifici. Io cerco di tenermi a debita distanza fa tutto ciò, per quel che mi è possibile…

Renzo Marasca - Schizzo, 2011 - tecnica mista su carta - courtesy of the artist

Renzo Marasca – Schizzo su carta – 2011 – Courtesy dell’artista

E Berlino che ruolo ha? Che interesse suscita la pittura nella capitale tedesca? Trovi che ci siano delle differenze rispetto all’Italia?

Ritengo Berlino una grande e affascinante bolla al centro dell’Europa, quasi surreale e per questo interessante, in grado di offrire oggettivamente la possibilità di vedere e vivere situazioni non comuni in altre città Europee.
La pittura qui ha un ruolo importante, soprattutto per quanto riguarda la sperimentazione e l’apertura delle gallerie verso questa. L’Underground ha avuto e ha un ruolo fondamentale (cambiando nelle dinamiche e negli approcci) in tutto questo, perché spesso i lavori più interessanti e “freschi” li puoi trovare più in certi ambienti piuttosto che nelle gallerie. Anch’io, ad esempio, lavoro all’interno di un contesto indipendente e mi rendo conto con quanta libertà di pensiero e azione si affronti qui l’arte e quanto tutto ciò sia lontano dai soliti discorsi che si fanno sulle gallerie, sul mercato, sulle pubbliche relazioni e altre cazzate del genere. Queste dinamiche “sotterranee” hanno contribuito e contribuiscono tuttora ad accrescere l’interesse delle gallerie verso la sperimentazione, costringendole a scrollarsi di dosso quell’aspetto provinciale (dettato soltanto dal gusto nostrano) ed evidenziandone, piuttosto, l’aspetto multiculturale che una città come Berlino può offrire. Per quanto riguarda la terza domanda, credo che la differenza sostanziale tra queste due realtà – quella italiana e quella tedesca o berlinese – sia proprio in quell’attitudine italiana al provincialismo, voluto e avallato, però, più dalle “istituzioni dell’arte” che dagli artisti.

Renzo Marasca - Due oche nude, 2011 - olio e collage su tela - 2 tele: 170x80 cm - courtesy of the artist

Renzo Marasca – Due oche nude – 2011 – olio e collage su tela – 2 tele: 170×80 cm – Courtesy dell’artista

Ritornando a Gerard Richter. Un libro ne raccoglie appunti e interviste sotto un titolo significativo, “La pratica quotidiana della pittura”, sottolineando come nell’attività artistica si riflettano l’analisi e la riflessione sul quotidiano, inteso come quel miscuglio di cronaca, “storia”, attualità e aspetti di vita ordinaria che costituisce il presente di ciascuno. Come risponde la tua pittura alle suggestioni e alle riflessioni che scaturiscono dal tuo quotidiano?

Innanzi tutto prenderei in considerazione il fatto che Richter, come molti altri artisti della sua epoca, stavano vivendo nel periodo della massima espressione neo capitalistica, cercando di evidenziare però l’altro aspetto della modernità, in contrasto ai movimenti prodotti dall’arte minimal o concettuale. Penso, ad esempio, ad Andy Warhol, Roy Lichtenstein, Sigmar Polke, eccetera. Questi artisti vivevano in uno stretto rapporto con il quotidiano, cercando di legittimare nella pittura la meccanicità e proponendo un metodo moderno d’eliminazione del contenuto. Oggi credo che la situazione sia diversa e quell’aspetto, allora importante, non credo ci sia più. In un modo o nell’altro, la deframmentazione delle immagini e delle informazioni, oltre un conformismo dilagante, è diventata, a mio avviso, la struttura culturale e sociale del quotidiano contemporaneo. E di questo dovremmo prenderne atto. Quindi la mia pittura risponde a delle dinamiche simili a quelle poste nell’introduzione della tua domanda, con la differenza che io vivo un’altra epoca del quotidiano. Vedi, non credo che la differenza, oggi, sia nella “pratica quotidiana della pittura” quanto, piuttosto, nella visione del mondo e soprattutto nell’atteggiamento con il quale lo si osserva.

La pittura influenza la tua visione del presente?

È un po’ difficile per me rispondere a questa domanda, ma posso dire che l’arte non dovrebbe avere bisogno di un presente, perché il presente è sempre concettualmente decorativo. L’arte – e la pittura in particolare – dovrebbero superare la visione del presente, per andare là dove la visione diventa pura e non condizionata da un presente che in quanto tale è sempre transitorio e poco definibile. Come ho detto prima, io tento di sfuggirne, per quanto possibile…

Renzo Marasca - Pesce, 2011 - olio su tela - 45x50 cm - courtesy of the artist

Renzo Marasca – Pesce – 2011 – olio su tela – 45×50 cm – Courtesy dell’artista

Come si sviluppano i tuoi quadri? La forma si trova nella pittura, durante il processo della pratica pittorica, o viene in qualche modo anticipata, ad esempio con schizzi, fotografie o con altri strumenti?

Il mio studio è il contenitore delle mie pulsioni, del mio immaginario, del mio mondo. Il mio studio è pieno di immagini di ogni tipo e di disegni abortiti sparsi ovunque. Queste immagini le prendo dall’esterno e quando in qualche modo e in maniera casuale attirano la mia attenzione, le raccolgo cercando di capire se possono regalarmi un’altra possibilità.
Partendo da questo, comincio a tracciare dei segni o delle masse di colore direttamente sulla tela tenendo a mente l’immagine ma dimenticandone il contesto, le proporzioni e, a volte, anche la somiglianza formale. Questa liberà di pensiero fa in modo che a volte il lavoro prenda una direzione propria e allora, se riesco a rimanerne distaccato, la mia mano segue delle indicazioni non più dettate soltanto da me, ma da una serie di rapporti che in qualche modo la tela e la materia stabiliscono e impongono. Inizia allora una lotta quasi selvaggia e primordiale, che obbedisce a delle imposizioni emotive e strutturali che si stabiliscono tra me e la tela. Se riesco a “piegare” questa lotta a mio favore, allora posso far raffreddare il lavoro per poi riprenderlo a “pace fatta”, altrimenti abbandono la tela distruggendola. E comunque il mio lavoro è sempre segnato da più “fronti di raffreddamento”.
Affrontando la tela in questo modo, ho bisogno di lavorare sempre e contemporaneamente su tutto, rischiando molto di sbagliare in maniera irreparabile. Ma questo “metodo” mi permette di influenzare il meno possibile l’immagine e quello che ha o dovrebbe dire.

Vista dello studio di Renzo Marasca - courtesy of the artist

Vista dello studio di Renzo Marasca – Berlino, 2011

Trovo molto interessante questa tua ricerca di un’immagine autonoma, talmente spontanea da esprimersi quasi a prescindere da chi le dà forma. Allo stesso tempo mi chiedo da che cosa tu la voglia emancipare. Mi pare che non si tratti soltanto di uscire dalla consapevolezza per entrare nel regno del tuo inconscio. Tu scavi oltre. Come se volessi sviscerare una realtà ancora più profonda, subdola e nascosta, forse frugando tra le pieghe più morbose e ammorbanti di questa società di cartoline e immagini patinate.

Innanzi tutto tento di emanciparla da me stesso e, se possibile, dalla mia opinione. Ma non si può creare un’opera d’arte a prescindere da se stessi, perché l’arte quando è pura (questo è un concetto per me interessante) riflette sia la personalità dell’artista che il mondo oggettivo, senza spiegare però che cos’è l’opera d’arte (a questo ci pensano i teorici).
Quindi, in questo “metodo di lavoro” cerco più che altro il massimo della libertà che riesco a ottenere, ma non sempre ci riesco. Ecco perché a volte abbandono la tela quando non riesco a piegare questa lotta a mio favore. È vero inoltre che nella mia pittura sia evidente il passaggio di una lotta tra me e la tela, ma non vorrei sentirmi addosso il peso dello “sviscerare” (forse perché è un termine che non ho ancora capito), più che altro cerco di dare ritmo all’errore, mettendo in evidenza l’aspetto deframmentato delle immagini e del quotidiano. Quello che in fondo desidero è rompere una struttura per darmi la possibilità di crearne un’altra. Per questo motivo credo che la pittura non debba soltanto frugare tra le pieghe di questa società, ma andare oltre l’attuale apparenza del contemporaneo, altrimenti rischiamo di cadere ancora una volta nella decorazione.
Ma poi, alla fine dei conti, queste sono soltanto parole. L’arte è, invece, un “modo speciale di pensare”.

Renzo Marasca è nato a Jesi nel 1974, vive e lavora a Berlino.

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