Un riflusso storicamente specifico

pubblicato sul catalogo di Quotidiana 2011

Cinema Altino, Padova

Il mondo in cui viviamo è costellato di oggetti che utilizziamo per ogni nostra necessità. Appendici, strumenti, dispositivi,  equipaggiamenti che accompagnano quasi ogni nostra azione e fanno da sfondo ai nostri gesti. Le opere di Alex Bellan (Adria, 1981) ne smontano dall’interno i significati abituali, rovesciando in tal modo anche lo stesso rapporto dell’uomo con il suo quotidiano.  Si tratta di acidi e violenti paradossi, che attraverso assemblaggi e deformazioni rimettono in questione valori d’uso dati per scontati. Decostruiscono funzioni e consuetudini, reinterpretando in chiave antropomorfica gli oggetti, conferendovi un’autonoma personalità, spesso caustica e irriverente.

Alex Bellan - Piss, 2011 - installazione site specific

Questo suo ultimo intervento considera più profondamente l’identità del luogo con cui si confronta e la sua memoria, in un dupice modo che può essere illustrato attraverso un appunto lasciato da James Joyce durante la stesura del suo Ulysses: “I luoghi si ricordano degli eventi”. Nonostante la sua apparente semplicità, questa frase ha significative implicazioni. Sottolinea non solo l’inevitabile portare su di sè le tracce del passaggio del tempo, ma anche e soprattutto quanto questo passato sia parte integrante e costitutiva della identità attuale di un luogo. Nel ricordo, passato e presente coesistono e si influenzano reciprocamente. Non esistono luoghi immutabili, non c’è nessun “qui” che può prescindere dal suo “ora” – come ha sottolineato la geografa inglese Doreen Massey. In questo senso, l’installazione di Bellan dà voce alla memoria che forma un’identità e la fa esplodere in una sorta di estremo atto di ribellione rispetto alla sua condizione di abbandono.

Doris Salcedo - Shibboleth, 2007 - Photo: Tate

In questo senso, è inappropriato parlare di un’installazione meramente site specific, come opportunamente ha ribadito l’artista nella scelta dei termini con cui sintetizzarla. Gli storici iterventi di Richard Serra o quelli più recenti di Doris Salcedo alla Tate Gallery o gli esordi di Arcangelo Sassolino sono altra cosa. Piuttosto ci si può riferire a opere che sono state definite site related per sottolineare la loro attenzione non solo al contesto formale in cui erano inserite, ma anche al loro aspetto storico, come Germania (1993) e Der Bevolkerung (1999) di Hans Haacke oppure House (1993) di Rachel Withered. Scardinando il pavimento del padiglione tedesco, inaugurato nella sue forme rinnovate durante il regime nazista, Haacke disseppelliva quell’ingombrante eredità, esibendole macerie su cui era cresciuta la Germania, la sua divisione e la conseguente riunificazione. Quelle tavole divelte non avrebbero avuto lo stesso significato altrove, a differenza della crepa sul terreno di Doris Salcedo, inamovibile dal pavimento della Tate Modern, ma  potenzialmente riapplicabile in qualunque altro spazio.

Hans Haacke - Germania, 1993

Anche l’intervento di Bellan, riguarda principalmente la storia e il presente del luogo su cui interviene. Il Cinema Altino rimane quello che è da tempo: un luogo abbandonato e inaccessibile, la cui insegna rivolge ai passanti un invito che non è più in grado di soddisfare. Bellan modifica proprio l’interno dell’insegna, applicandovi delle lampade abbaglianti che si accendono a intervalli irregolari. Lo scoppio violento alla loro massima intensità invade la via come un lampo prolungato, percepibile anche a distanza, e tale da renderne del tutto impossibile la lettura. Allo stesso tempo, il riflesso della luce investe l’interno dello spazio attraverso le vetrate, evidenziando gli spazi vuoti e le loro potenzialità.
Da un lato, Reflux tenta di illuminare la condizione paradossale di uno spazio di cui si riconosce il valore storico-culturale, ma che non appare più in grado di trovare una propria collocazione. Dall’altro, non propone alcuna soluzione. Sottolinea cinicamente una disperata situazione di stallo, in cui ogni possibilità di redenzione è finora rimasta disillusa. Trascurate troppo a lungo, le lettere dell’Altino si ribellano al fuoco incrociato delle altre insegne luminose, accendendosi così violentemente da farsi illeggibili. Pretendono un’attenzione che non possono ricevere. E il loro estremo tentativo di riaffermare la propria identità, finisce per farla scomparire del tutto.

Alex Bellan - Reflux, 2011 - bozzetto

Ma ritornando alla frase di Joyce e operandovi una piccola modifica, in italiano possiamo farvi assumere un ulteriore significato, anch’esso presente in Reflux: “I luoghi ricordano gli eventi”. L’insegna si anima a intervalli irregolari, diventa un potente richiamo, illuminando la via e i suoi dintorni. Ma dopo l’eplosione luminosa resta in stand-by per un tempo prolungato. L’intervento è talmente localizzato e poco invasivo, che ciò rimane di fronte agli spettatori è principalmente l’edificio stesso, nelle condizioni in cui si trova da qualche anno. L’attenzione che l’opera suscita si trasferisce immediatamente nel luogo su cui è installata, su questo cinema al presente, nel suo stato attuale, riattivando quella sua identità molteplice costituita dai ricordi di chi lo ha conosciuto in passato. Le soluzioni e le basi del suo futuro, forse, potranno dipendere da questa rinnovata forma di attenzione.

Alex Bellan’s works are caustic metaphors of our contemporary condition. They manipulate and compromise use-values of everyday objects, calling into question man’s relationship with them. His latest intervention changes the perception of a place without modifying its exterior nature. Altino Cinema remains the same – an abandoned and inaccessible location whose sign addresses the passers-by with an invitation it can no longer uphold. Bellan intervenes precisely within that sign, inserting blaring light bulbs that switch on at irregular intervals. The violent blast at maximum intensity invades the street like a prolonged bolt of lightning. Perceptible even at a distance, the flash makes the letters composing the text it completely impossible to read. Simultaneously, the reflected light assails the cinema’s interior via the window, highlighting the empty spaces and their untapped potential.

The installation is specifically concerned with the recent history of the site of intervention. On the one hand, it attempts to illuminate the paradoxical condition of a space recognized for its historical-cultural value yet seemingly unable to locate itself. On the other, it denies any solution, cynically stressing the desperate situation of stasis in which every possibility of redemption has, until now, remained illusory.
Spent too long, the Cinema Altino’s letters rebel against the crossfire of the other illuminated signs, coming to life so violently as to become illegible, demanding an attention they cannot receive. And this extreme attempt to reaffirm an identity ultimately results in its completely disappearance.

 

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