Domanda: alternative per la Media Art? Risposte in polacco

pubblicato su Artribune il 9 maggio 2011

Nel dicembre 1989, a un mese dal crollo del Muro di Berlino (e a cinque dalla vittoria elettorale di Lech Walesa in Polonia) nasceva il W.R.O. Art Festival. Diventato Biennale, ha trovato nel 2008 una sede permanente a Wroclaw, il Wro Art Center, per archivi, ricerca, pubblicazioni e attività espositive. Dopo un quarto di secolo, è arrivato il momento di “fare i conti” con la Media Art, per vedere se ha mantenuto le sue promesse. Ne abbiamo parlato con il direttore artistico, Piotr Krajevski, in occasione dell’inaugurazione di “Alternative Now”, la WRO Bienniale 2011 che apre martedì prossimo al pubblico. E venerdì spazio all’Italia, con “Guarda che luna! New Italian Video”, selezione curata da Andrea Bruciati.

La data di nascita di WRO è evocativa. Quali legami vi sono tra i rivoluzionari cambiamenti di quel periodo e la scelta di organizzare una biennale di Media Art?
Negli anni ’80 in Polonia la legge marziale segnò un lungo periodo di stagnazione, ma per la scena artistica alternativa fu uno dei periodi più importanti, in particolare a Wroclaw. Da un lato c’erano noiosissime gallerie supportate dallo Stato, dall’altro un milieu sociale che sperimentava in diversi campi, dalla musica rock alle arti visive. Ma dopo la metà del decennio l’energia di questa alternativa stava diminuendo. Per questo, io, mia moglie Viola [Kutlubasis-Krajevska] e Zbigniew [Kupisz] decidemmo di fare qualcosa. Riflettevamo sul fatto che la trasformazione in atto non fosse soltanto una questione politica, ma riguardasse anche la cultura. Così cercammo di concentrarci sui suoi simboli, su qualcosa che avesse il carattere di una promessa. La Media Art aveva queste caratteristiche, perché era un’area quasi inesplorata allora in Polonia. L’importanza della prima edizione di Wro fu di essere un luogo d’incontro nel quale gli artisti polacchi che operavano in questo ambito poterono riconoscersi, prendere fiducia e pensare alle potezialità della loro arte. All’inizio si trattava di un festival, Sound Basis Visual Art Festival, un nome strano ma efficace. Dopo tre edizioni, nel 1993, siamo passati alla formula della biennale, con il nome WRO Media Art Biennale.

Quale è stata la risposta del pubblico?
Non è facile rispondere. Fin dall’inizio abbiamo avuto una grande partecipazione, ma alcune delle persone che visitarono la prima edizione del festival non erano affatto interessate all’arte. Venivano per vedere i computer… Quando organizzammo, nel 1990, il primo Computer Graphic Workshop for Moving Image, durante l’apertura serale al pubblico avemmo 500 visitatori al giorno. Questo tipo di interesse fu notato fin dall’inizio dalla stampa e ci ha permesso di avere ottime relazioni pubbliche. Poi l’affluenza è cresciuta nel tempo, parallelamente alla crescita della Biennale.

Alla stagione della Biennale unite un’attività permanente, con esposizioni, raccolta di materiali, ricerca, pubblicazioni…
Parte della nostra attività è far conoscere il nostro archivio, che comprende circa 1.500 titoli. The Hidden Decade, Polish Video Art ’85-’95 è l’ultimo esempio. Abbiamo iniziato dalla raccolta dei materiali, mettendo insieme più di 500 opere. Poi li abbiamo selezionati per una mostra e infine abbiamo scelto 80 video per la nostra pubblicazione. È stato un progetto importante, perché ha rivoluzionato l’interpretazione di quegli anni, che privilegiava la nuova pittura, facendo emergere opere letteralmente nascoste e dimenticate dalla critica e dalla storia dell’arte.

Quale rapporto ha Wro con la città di Wroclaw?
Siamo molto presenti in città. Le nostre inaugurazioni sono affollate, e non solo durante la Biennale. Abbiamo inaugurato la nuova sede con un programma per bambini, con la mostra Interactive Playground che continua a viaggiare in Polonia e all’estero, ed ha superato i 200mila visitatori. Abbiamo lavorato anche con un gruppo di ragazzi down. È stata un’esperienza molto importante per noi, ma anche per loro, tanto che hanno appena inaugurato una loro galleria qui a Wroclaw, Art Brut.

Quale importanza ha la cultura nell’agenda politica polacca?
Non ho davvero nessuna idea a proposito degli scopi o della conoscenza dell’arte da parte dei politici. Alcuni la conoscono e l’apprezzano, altri no. Ma ciò che conta è che adesso in Polonia, per la prima volta dopo la Seconda guerra mondiale, siamo in attesa di aprire cinque o sei nuovi musei d’arte contemporanea. Anche se i politici d’alto livello non si interessano molto all’arte, credo che quelli a livello locale capiscano che non c’è qualità della vita se non possiamo combinare lo sviluppo con l’investimento in cultura. Anche se non capiscono l’arte, ne capiscono il bisogno. Almeno alcuni di essi.

Alternative Now è il titolo della nuova edizione di Wro. Quali possibilità esistono oggi per un’alternativa?
Alternative Now
compare senza il punto interrogativo, ma è implicito nell’accostamento di queste due parole. Ho parlato degli anni ’80. Allora non c’era niente, c’era soltanto l’alternativa. Ora è passato un quarto di secolo. Siamo nel futuro che la Media Art annunciava e non possiamo più considerarla una promessa. I media fanno parte del nostro ambiente, la tecnologia condiziona la nostra sensibilità, la nostra educazione e i nostri valori. Ma c’è un altro livello della discussione. Le istituzioni dell’arte contemporanea hanno adottato alcuni specifici settori della Media Art, in particolare il video. Ma internet? C’è un problema a questo proposito, perché internet stesso mette in questione il ruolo dei luoghi e delle istituzioni. E i social media? C’è spazio per loro nell’arte o sono soltanto sciocchezze? Un ultimo livello riguarda la ricognizione e l’indagine sulle nuove aree di sperimentazione. Ci sono molti livelli che si intersecano e ciascuno interroga il ruolo della tecnologia nella nostra società, che si è spostato da qualcosa di alternativo a qualcosa di comune. Ognuno rientra in Alternative Now. Non per dare una risposta definitiva, ma per provare a mappare il fenomeno.

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