Hema Upadhyay – Karma urbanistico

fino al 19.II.2011
Hema Upadhyay
Verona, Studio la Città

Il braccio di una ruspa incombe su una baraccopoli. L’installazione dell’artista indiana riflette sui processi di cambiamento. E sulle contraddizioni del proprio Paese…
pubblicato su Exibart mercoledì 9 febbraio 2011

Dove l’ape succhia, lì succhio io…”. Un verso shakespeariano fa da titolo all’installazione di Hema Upadhyay (Baroda, 1972; vive a Mumbai), già presentata al Macro nel 2009. Sono le parole di La Tempesta con cui inizia il canto di Ariel che annuncia la propria ritrovata libertà e il suo imminente ritorno al mondo naturale, allegro tra i fiori in cerca dell’estate.

Ma non c’è spazio per l’allegria o per la natura nell’opera dell’artista indiana. Vi si trova piuttosto angoscia, rassegnazione, miseria, impotenza di fronte all’enorme spada di Damocle dello sviluppo sospesa su un ammasso di minuscole case di lamiera. Ai piedi dello spettatore un cumulo di piccoli edifici ricavati, che l’artista aveva già utilizzato per esplorare simbolicamente le contraddizioni delle grandi città indiane, come appliques a una serie di suoi quadri. Riproducono le sterminate jhopadpatti, misere baraccopoli degli operai, ostacolo allo sviluppo contro il quale si sono diffusi in India dei programmi di “slum clearance”.

Upadhyay presenta un’istantanea simbolica di questi processi di smantellamento, fissando la riproduzione in resina del braccio meccanico di una ruspa sopra di loro. Nelle opere dell’artista indiana sono sempre in evidenza i contrasti e le contraddizioni dell’India contemporanea, mescolando alta e bassa cultura, povertà e ricchezza. In Where the bees suck, l’alta cultura è sullo sfondo, come movente della presenza minacciosa della ruspa, realizzando un’immagine tanto evocativa da essere forte e debole allo stesso tempo.

Hema Upadhyay - Where the Bees suck there suck I... - veduta della mostra presso Studio la Città, Verona 2010-11 - photo Michele Sereni, Pelicula, Pesaro
Un’installazione che ha dalla sua riconoscibilità, immediatezza, drammaticità, ma a cui non è estranea una semplicità simbolica autoevidente e retorica, che pur viene riscattata dalla sua efficacia. L’opera colpisce infatti lo spettatore e non si lascia più scrollare dal suo sguardo. Rimane saldamente impressa nel suo immaginario, proprio perché gioca con figure consuete.
Significativamente la grande benna della ruspa che sovrasta il mucchio di case è ferma. E più che rimuovere, sembra stia ammassando le piccole case sotto di sé. A ribadire che la rimozione delle baracche non farà scomparire chi le abita e non migliorerà la loro condizione, spingendoli a radunarsi in agglomerati urbani se possibile ancora più fatiscenti.
Hema Upadhyay - Where the Bees suck there suck I... - 2008 - alluminio dipinto - dimensioni variabili
Da Boltanski a Pistoletto, da Arman a Cristoph Büchel, la poetica dell’accumulo è una pratica consueta nell’arte contemporanea. Upadhyay la rinnova con una serialità artigianale dall’andamento fatalmente ciclico. Parte da rifiuti di lamiera che poi manipola e colora per ottenere piccoli edifici, che nella loro estrema semplicità rispecchiano fedelmente le condizioni di ciò che rappresentano. Dà vita alla miniatura di un melting pot di migranti di diverse culture e religioni, tra chiese, moschee e una grande messe di antenne paraboliche. In un secondo momento, questi rifiuti divenuti case ritornano rifiuti, ammassandosi disordinatamente gli uni sugli altri, come in una discarica. Simboleggiano anche il destino irredimibile dei propri abitati, che si possono mettere da parte senza problemi, sacrificandoli a un necessario processo di gentrificazione.
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