Imprenditori, pionieri, evangelisti

pubblicato su Kritika Speciale Step 09 novembre 2010

“Essere contemporanei è, innanzitutto,
una questione di coraggio:
perché significa essere capaci
non solo di tenere fisso lo sguardo
nel buio dell’epoca, ma anche di
percepire in quel buio una luce che,
diretta verso di noi, si allontana
infinitamente da noi. Cioè ancora:
essere puntuali ad un appuntamento
che si può solo mancare”

Giorgio Agamben

Una galleria organizza esposizioni, partecipa a fiere, vende, finanzia e acquista opere d’arte, fa parlare di sé e dei propri artisti. In una parola agisce. Ed è forse proprio questo il motivo della riservatezza di molti galleristi, che rimangono spesso dietro le quinte, lasciando la ribalta della parola ad artisti, critici e curatori. Ma nonostante la loro ritrosia, è innegabile che l’attribuzione di valore alle opere d’arte – e non soltanto di quello commerciale – spetti in buona parte a loro. Un potere di scelta che non esclude rischi e dal quale deriva una proporzionale responsabilità.Quello che avete tra le mani è un primo approccio alla questione, un’indagine preliminare alla ricerca di eventuali interlocutori con cui portare avanti una discussione più ampia su meccanismi e dinamiche che regolano il funzionamento di queste imprese culturali. Lasciamo per il momento completamente in secondo piano l’aspetto economico della attività di una galleria. E non è qui in questione nemmeno il famigerato “sistema dell’arte”. Si tratta piuttosto del modo in cui una galleria guarda alla contemporaneità, parola che circoscrive l’ambito di ciò che commercia, l’ambiente in cui si muove ed è in ultima istanza anche ciò che tende a modificare con la propria azione. Paul Durand-Ruel, Daniel-Henry Kahnweiler e Leo Castelli sono stati grandi mercanti soprattutto perché hanno capito, supportato e imposto cambiamenti epocali nel mondo dell’arte, tali da propagarsi anche al di là dei suoi confini. Il loro rapporto con il proprio tempo non è stato improntato semplicemente a una conveniente e necessaria convivenza, ma si è spinto oltre – più o meno consapevolmente – sfruttando dinamiche sociali, mode e sistemi di comunicazione per “smuovere” il gusto corrente. Con coraggio e la capacità descritta da Giorgio Agamben di saper vedere la luce del buio, per poi diffonderne il Verbo. Che sia più imprenditore o evangelista, rivoluzionario o conservatore, ciascun gallerista – e tanto più se si dedica all’arte contemporanea – con la sua attività e le sue scelte contribuisce alla sopravvivenza o alla morte di un’idea dell’arte. Definisce un doppio ethos, di chi fa arte e di chi la guarda, e non dovrebbe dimenticare questa responsabilità.
Questa prima esplorazione prende spunto dal cartellone della fiera Step09 e di necessità diventa una vetrina per le gallerie e gli artisti che vi partecipano. Oltre a una breve presentazione e all’illustrazione dei propri obiettivi, abbiamo posto a ciascuno una domanda sulla propria concezione della contemporaneità. Dietro alla consuetudine di alcune risposte, già qui iniziano ad affiorare degli spunti per analisi più approfondite. Si tratta della punta dell’iceberg e stiamo cominciando l’immersione.

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