Nicola Martini – Alchimie di bronzo e cemento

fino al 30.I.2010
Nicola Martini
Milano, Brown

Un cerimoniale che seppellisce in superficie. Un circuito alchemico, fatto di vibrazioni del rame e lente modificazioni di grasso e cemento. Per ricordare l’inesorabile e il suo opporsi all’incontrovertibile…

pubblicato su Exibart venerdì 22 gennaio 2010

Un ingrandimento dell’immagine di una molecola di cemento idrato invita alla personale di Nicola Martini (Firenze, 1984). Un’immagine inaccessibile allo spettatore, eppure presente e riscontrabile a un’analisi microscopica.

Proprio la materia e le sue invisibili modificazioni sono al centro della mostra, mettendo in scena un percorso di cambiamento che celebra il divenire nel suo lento e inafferrabile procedere. Come il tempo per sant’Agostino, perennemente in fuga da chi lo vuole comprendere e perfettamente accessibile a chi non ne cerca una spiegazione. Nell’ordinato assemblaggio di materie inerti, tubi metallici e vibrazioni sonore, Martini inserisce nello spazio espositivo un circuito alchemico, fatto di trasmissioni di onde, sonore e termiche, che attuano lente modificazioni nei materiali utilizzati.
Una piastra metallica viene fatta vibrare da un amplificatore, che rielabora i suoni che si diffondono all’interno della galleria. Dalla piastra si dirama un circuito di tubi di rame che scorre lungo le pareti, mettendo in questione lo spazio espositivo come white cube e asettico contenitore, infiltrandosi e fuoriuscendo dai muri, enfatizzandone angoli e interstizi. L’architettura impazzita di tubi si diffonde nello spazio, lo invade e amplifica i suoi caratteri. Così facendo, l’opera non si accontenta dello spazio che le è dedicato, ma ne pretende e ne conquista altro, accompagnando il suo nascondimento al suo essere esposta.
Nicola Martini - Burial  deep in surfaces - veduta dell’installazione presso il Brown Project  Space, Milano 2009 - photo Jacopo Menzani
Il circuito di tubi si articola nello spazio passando per alcune stazioni, effettivi momenti di sosta sui quali si sofferma lo sguardo dello spettatore. In cui un materiale inerte, come il cemento o il grasso, mostra la proprio ambigua presenza, ancora in bilico tra manifestazione e occultamento. Il grasso radunato in un angolo può dare un’impressione di solidità scultorea, mentre una lastra di calcestruzzo curvata diventa, grazie al calore di una resistenza a microonde, mutevole scenario del suo modificarsi e disperdere la polvere bianca che è posta sulla sua superficie.
Tra il ronzio della piastra metallica, il circuito di tubi e il suo sostare presso un materiale inerte in modificazione si svolge il cerimoniale di una paradossale sepoltura in superficie che dà il titolo alla mostra, Burial deep in surfaces, esplicitazione di ciò che si nasconde nell’interramento, il trasformarsi della sostanza dei corpi.
Nicola Martini - Burial  deep in surfaces - veduta dell’installazione presso il Brown Project  Space, Milano 2009 - photo Jacopo Menzani
Martini riflette sul permanere dell’identità nel mutamento, sostando sulla soglia del passaggio di stato, dove il grasso si scioglie e il cemento lentamente si modifica, come metafora del cambiamento. Come il legno che sta bruciando e non è ancora cenere, ostentano l’illogicità che si oppone all’incontrovertibile principio di non contraddizione, il paradosso alla base di un Occidente la cui essenza, come direbbe Emanuele Severino, è fondata sul nichilismo.
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