Il design raccontato

L’attività di Giovanni Sacchi nelle parole dei progettisti

pubblicato sul portale dell’Associazione Italiana di Storia Orale il 7 maggio 2010

“Mi ricordo un viaggio fatto con Sacchi, mi viene in mente adesso. Erano gli anni Ottanta, e l’Olivetti ha organizzato una settimana del design ad Aspen nel Colorado […] E qui, per l’ennesima volta, è venuto fuori chi era il Sacchi. Perché in mezzo agli americani, che facevano le domande in americano, lui ha sempre risposto in italiano e un po’ in milanese. E gli americani gli rispondevano a tono in inglese, quindi lo capivano… Cos’era che stabiliva questo contatto? Io credo che fosse la simpatia di quest’uomo e la capacità di trasmettere l’entusiasmo che aveva dentro. Questo mi è rimasto del ricordo di questa persona, che per me è ancora come se fosse lì, con la sua bottega, e io non ho il tempo di andarlo a trovare. Prima o poi passo di lì e lo saluto…”

Antonio Macchi Cassia, intervista a cura di Archivio Giovanni Sacchi del 21 luglio 2009

Giovanni Sacchi (Sesto San Giovanni, 1913 – Milano, 2005), grande modellista per il design e l’architettura italiana, ha accompagnato, per decenni, l’attività didattica a quella professionale, svolgendo lezioni e conferenze in Italia e nel mondo, riflettendo sullo sviluppo del design italiano di cui aveva potuto essere testimone da un punto di vista privilegiato. La sua bottega di via Sirtori è stata, infatti, un crocevia ineludibile per generazioni di grandi designer e architetti, come Franco Albini, Achille Castiglioni, Marcello Nizzoli, Aldo Rossi, Ettore Sottsass jr e Marco Zanuso. Ciascuno di loro ha trovato in Sacchi e nei suoi collaboratori gli interlocutori ideali con cui mettere a punto le proprie idee progettuali, che nascevano bi-dimensionalmente sulla carta e avevano la necessità di essere sviluppate attraverso i modelli di legno realizzati nella sua bottega. Era, infatti, soltanto attraverso il confronto diretto con la terza dimensione che potevano vagliare la validità delle proprie ipotesi, verificandole o correggendole, per arrivare alla definizione dei loro progetti.

La bottega di Sacchi terminò la sua attività alla fine del 1997. Si pose allora per il modellista il problema della destinazione dei materiali che aveva accumulato in sessant’anni di attività. Dopo l’acquisto da parte della Regione Lombardia di circa 300 modelli, che costituiscono la Collezione Sacchi depositata presso il Triennale Design Museum di Milano, tutti i materiali che erano rimasti nel suo laboratorio vennero donati al Comune di Sesto San Giovanni, dando origine all’Archivio Giovanni Sacchi, progetto a cura di Alberto Bassi, affiancato da Fiorella Bulegato e Lodovico Gualzetti, realizzato dal Comune di Sesto e dalla Fondazione ISEC. Il patrimonio dell’archivio è consultabile on line. L’archivio presenta inoltre alcuni spazi espositivi, allestiti da MAGUTDESIGN, che, grazie alle diverse tipologie dei materiali, sono in grado di illustrare la complessità dell’iter progettuale di realizzazione di un oggetto, attraverso i disegni e i prodotti, ma anche mostrando modelli, prototipi e semilavorati. Una parte dell’archivio è dedicata alla ricostruzione della bottega di via Sirtori, con tavoli, attrezzi e macchinari originali, accanto ai nuovi macchinari per consentire la realizzazione di workshop di modellistica.

I materiali dell’archivio, a cui si sono aggiunti quelli depositati dalla famiglia Sacchi e da alcuni progettisti, sono conservati in apposite aree e disponibili per la consultazione di studenti e ricercatori. Proprio in occasione del progetto di tesi di Elena De Cristoforo, tesista in Storia dell’arte contemporanea presso l’Università degli studi di Milano con il professor Antonello Negri, l’Archivio Giovanni Sacchi ha avviato una campagna di raccolta di testimonianze orali da parte di designer, architetti e personalità che hanno conosciuto il grande modellista. Si trattata di un’occasione di riattivare quella rete di contatti che Sacchi aveva saputo tessere nel corso degli anni e vista la grande disponibilità da parte di tutti coloro ai quali ci siamo rivolti, si è deciso di rendere permanente il progetto, cercando di raccogliere le testimonianze di tutti quelli che lo hanno conosciuto professionalmente. Al momento, le interviste sono raccolte sono più di cinquanta, tutte consultabili in archivio. L’attività di Sacchi era già stata raccontata negli anni Novanta attraverso un documentario della Rai. Idealmente, il nostro progetto proseguiva questa esperienza, offrendo a distanza di circa quindici anni, una conferma dell’affetto e della riconoscenza nei suoi confronti da parte del mondo del progetto.

L’obbiettivo principale della ricerca era quello di ricostruire il ruolo storico svolto dalla bottega di Sacchi, mettendo in luce quale poteva essere il suo contributo allo sviluppo dei progetti che gli venivano affidati e comprendere il motivo del grande successo e della popolarità che aveva suscitato tra gli addetti ai lavori. L’intervista si articolava in tre parti: la prima relativa alla bottega, all’atmosfera che vi si respirava e alle modalità di lavoro; una seconda una più specifica riguardava l’importanza del modello per lo sviluppo progettuale e, infine, il ricordo dell’attività di Giovanni Sacchi si è rivelato un’occasione per riflettere sui cambiamenti che sono intercorsi nel mondo del disegno industriale negli ultimi vent’anni, in seguito all’introduzione dei software di progettazione e dell’automazione della modellistica.

Oltre alla raccolta delle testimonianze, si è pensato di utilizzarne alcuni estratti per un breve filmato, realizzato da Roberto Bandiera con Alessio Devanna, da proiettare in occasione dell’inaugurazione dell’archivio, il 23 ottobre 2009. Durante una prima riunione si sono definite le linee guida iniziali del progetto. Il racconto avrebbe dovuto rivolgersi a un pubblico non specializzato, fornendo alcune informazioni su chi era Sacchi e sull’importanza del suo lavoro. Il video è stato articolato in tre capitoli: il primo sulla sua bottega, il secondo sul modo in cui vi si lavorava, il terzo sulla sua persona. Gli interventi degli intervistati sono inframezzati da alcune fotografie provenienti dall’archivio. L’ultima immagine mostra una mensola nel suo ufficio-museo in cui raccoglieva gli oggetti accumulati nel corso degli anni. Vi è raffigurata, tra alcuni pezzi di legno, la sagoma di uomo in cartoncino con una scritta a matita sul petto: «Non dimenticarti di sorridere». Di quel suo sorriso, con cui sono sempre stati accolti tutti nella sua bottega, non si è dimenticata nessuna delle persone a cui ci siamo rivolti. Le interviste hanno, infatti, reso evidente come non fosse possibile scindere il lato personale del carattere di Sacchi dagli aspetti più professionali della sua attività. Molto spesso, assieme al riconoscimento della qualità dei suoi modelli, della sua grande capacità di interpretare il disegno e talvolta il pensiero del progettista, emergeva il suo lato “umano”, la grande affabilità e la contagiosa passione che aveva per il proprio lavoro. E proprio queste caratteristiche, unite alle suggestioni dei materiali accumulati in decenni di attività, sono state in grado di far assumere alla sua bottega un valore simbolico. Non si trattava di un luogo importante soltanto per la sua storia, che poteva quasi offrire per i giovani designer una sorta di attestato della raggiunta maturità progettuale. Sacchi, infatti, non accettava qualsiasi lavoro, ma soltanto quelli di cui riconosceva le qualità, sostenendo chi era agli inizi abbassando i costi di realizzazione, oppure riuscendo a trovare loro un committente. Ma era un luogo simbolico soprattutto perché la sua bottega rappresentava, nell’immaginario dei progettisti, un’unità di fondo tra la cultura del progetto e un saper fare artigiano dalle origini più antiche. Lo ha sottolineato, ad esempio, Michele De Lucchi: «Giovanni Sacchi con la sua persona, il suo entusiasmo, gli occhi ridenti, il suo laboratorio, il bugigattolo con i suoi modelli, rappresentava un’idea di bottega che rimandava a un altro mondo, a un’altra epoca. Rimandava alla qualità del lavoro artigianale di chi crede nel lavoro che fa, ha talento e ha soddisfazione per quello che fa. Sacchi ti dava sempre il senso di ottenere una gratificazione personale, prima ancora che professionale, o economica, da quello che realizzava. Gli piaceva tutto e gli piaceva tanto. Gli piaceva l’oggetto che faceva, il progetto che tu gli avevi dato in mano, gli piaceva lavorare con te, la relazione. Ed era assolutamente impossibile evitare il fascino di questo insieme di cose» (intervista a cura di Archivio Giovanni Sacchi del 25 settembre 2009).

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