Verità come emozione: Ida Cadorin Barbarigo

LA VERITÀ COME EMOZIONE

Alla veneziana Ida Cadorin Barbarigo, e a suo marito Zoran Music, la casa editrice Johan & Levi ha dedicato di recente un Doppio ritratto a cura di Giovanna Dal Bon. Sul filo delle sue partecipazioni alla Biennale, ne abbiamo ripercorso la poetica e i ricordi. Da quando negli anni ’40 s’è ritrovata con un quadro esposto al ricordo della sala dedicata a Giacometti. E sempre col motto che “ripetersi significa discendere”…


pubblicato su Exibart domenica 6 settembre 2009

Iniziamo dal 1942, la sua prima apparizione alla Biennale di Venezia, allora soltanto diciassettenne…
Non credevo potesse succedere. Nel 1942 mi sono iscritta all’Accademia, ma il quadro era precedente. Avevo da sempre dipinto, venendo da una famiglia di pittori, scultori e architetti da generazioni. Era una Biennale di guerra e venne istituito un concorso per i giovani. Mandai un quadro, lo scelsero. Non potevo credere ai miei occhi…

Qualche anno dopo conobbe Zoran Music alla sua personale a Trieste. Iniziaste a frequentarvi, ma lui venne deportato…
Quando conobbi Music, mi sentivo molto “moderna”. In quella mostra c’erano dei lavori illustrativi che facevano pensare a De Pisis e a quella pittura post-impressionista che non mi andava per niente, tanto che dissi: “Che roba vecchia, ma come mai?”. Ma quando ci siamo conosciuti ho scoperto che parlava con cognizione dell’arte e abbiamo potuto trovare un buon terreno. Poi fu arrestato dai tedeschi e io l’aspettai. Una volta liberato venne a cercarmi appena poté e mi mollò per terra i suoi disegni del campo di concentramento. Non ho più visto una cosa simile, disegni degni dei più grandi del mondo, Leonardo compreso. Dachau è stata la sua Accademia, dove ha capito la verità della vita, non della forma ma dell’essenza. Da allora ha cominciato a fare cose bellissime. Gli veniva fuori quello che aveva immagazzinato fin dalla sua infanzia. E questa non è sapienza, non è abilità: è bellezza. Una sorgente di acqua limpida. Tutte le cose vere, emozionali sono acqua limpida.
Giovanna Dal Bon - Doppio ritratto. Zoran Music-Ida BarbarigoA questo proposito lei afferma che “bisogna disimparare per imparare a vedere davvero”…
Io ho una facilità naturale a dipingere, ma l’abilità può essere un nemico, perché può tagliare l’emozione. Invece, si deve sentire la vita, perché con l’emozione tutto avviene in un attimo. Certi artisti danno tutto nei primi anni e poi, non avendo più forti emozioni, continuano a ripetersi. E il ripetersi è sempre un discendere. Come la pianta che cresce al sole, chi riceve l’energia dell’universo va avanti, mentre gli altri rimangono fermi.

Risalgono al dopoguerra anche i suoi primi quadri di seggiole. Ne ricorda l’origine?
Mio padre ci diceva spesso: “Ciò fioj, non gavè voja de far niente, andè sue Satere a tor un caffè”. E così andavamo sulle Zattere a prendere un caffè. C’erano dei tavolini e delle seggiole e io mi sono innamorata di quella Venezia lì. Non ho mai potuto fare i suoi palazzi, perché sono nata in un’epoca diversa. E gli unici elementi moderni che non disturbavano la bellezza di Venezia e quella dell’impatto della luce e dei riflessi, cioè delle cose che sono l’incanto della mia vita, sono quei fili d’argento, quelle seggioline meccaniche, semplici, che si mettono impilate e che formano delle architetture. Non osavo farne la figura, perché la figura taglia la luce e a me interessava la linea che distingue il vuoto apparente dell’aria e ha in sé tutte le mutazioni, tutte le possibilità del mondo.

Lei partecipa nel 1978 alla Biennale con I Persecutori. È un’epoca in cui si sta rinnovando l’interesse verso la pittura dopo un periodo dominato da altre tendenze…
Ida Barbarigo - I terrestri - 2006 - acquarello su cartaMa io continuavo a lavorare sulle mie emozioni e non sulle mode. Anche I persecutori facevano parte della mia ricerca sulla luce, ma in negativo. Continuando la forma di espressione di questa linea che separa il pieno e il vuoto, dove il pieno diventa vuoto e il vuoto diventa pieno. Anche nel 1995 ho avuto una sala alla Biennale, ma non credo sia stata capita, perché ho sempre avuto il difetto di voler esporre solo quello che faccio in un certo momento, senza mostrare il percorso compiuto – e l’ho appena fatto anche a Palazzo Fortuny con la mostra I Terrestri.

Ci sono edizioni della Biennale che ricorda con particolare piacere?
No, nessuna edizione nel complesso. Però ogni tanto ho visto delle cose stupende. Come la sala di Giacometti, che ho conosciuto. Ma non solo alla Biennale. Ad esempio, ricordo la mostra di Mondrian al Jeu de Paume, ne uscii sbalordita dalla bellezza delle trasformazioni degli alberi dei suoi inizi. Molte volte mi sono messa al lavoro grazie alla linfa, alla forza, all’energia che mi è venuta vedendo certe opere. Dipende anche dalla forza che si ha in quel momento per ricevere. Ma quando si vede una cosa bella di un altro è meraviglioso, altro che invidia.


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