Paradiso americano di Barbara Rose

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Paradiso americano
(scheiwiller 2008)

La critica è morta, viva la critica. Un epitaffio attraverso quarant’anni dedicati a una disciplina malata da tempo. E che rivela quanto sia in salute per chi la sa fare sul serio, senza reticenze e con occhi bene aperti…


pubblicato lunedì 27 luglio 2009

Barbara Rose è una delle più importanti storiche e critiche dell’arte contemporanea. E stando alle battute iniziali del suo Paradiso americano, verrebbe da aggiungere anche “una delle ultime”. Infatti, nella recente intervista e nel testo del 1987 che aprono la raccolta di oltre quarant’anni di attività – ma con una significativa ellissi tra l’inizio degli anni ‘80 e la fine dei ‘90 – Rose riconosce che ormai la disciplina è stata relegata ai margini del sistema e la sua voce si è fatta sempre più sola, flebile e inascoltata.
Contro i tamburi da guerra di “pubblicità e marketing la critica non può difendersi ” e viene di fatto esautorata del suo ruolo. Per il pubblico i critici attendibili sono i paladini del gusto e delle mode, gli opinion maker in grado di muovere al rialzo i valori economici dell’arte. Coloro che non si pongono la fatica del concetto e del fondamento del suo giudizio, chiarendo gli aspetti qualitativi dell’arte sulle basi della storia e del confronto con i documenti e non cercando di offuscarli in favore di quelli quantitativi del suo mercato.
All’origine di questo atteggiamento sta la “critica come propaganda”, Robert Rauschenberg - Van vleck series VII - 1978 - transfer a solvente, collage di tessuto e acrilico su tavola - cm 95x100a cui si rivolge uno dei saggi della raccolta, individuata nella figura e nell’opera di Clement Greenberg, autore di ripetizioni, omissioni e semplificazioni che costruiscono una vera e propria macchina mediatica a sostegno delle proprie tesi, degna erede dei manuali di propaganda degli anni ‘30.
Ai saggi che delinano il triste declino della critica d’arte fanno da contraltare i testi raccolti nelle parti dedicate alle origini dell’arte contemporanea americana e su pittura e scultura fra anni ‘60 agli anni ‘80, tra cui spiccano per importanza e respiro ABC Art, articolo destinato a diventare un manifesto del Minimalismo, e le monografie su Jackson Pollock, Jasper Johns, Robert Rauschenberg e Richard Serra.
È qui che viene a delinearsi la pars construens della raccolta, in grado di esemplificare la pienezza e la profondità della parola sull’arte, la cui importanza viene ribadita dall’assenza d’immagini a corredo di oltre 600 pagine di testo, la cui unica pecca sta purtroppo nell’eccessiva messe di refusi.
Con un atteggiamento impostato su un pragmatismo metodologico, Rose interpreta il significato di un’opera in base al suo ruolo nel mondo, interrogandosi innanzitutto sulla sua funzione, sul suo voler istruire, sbeffeggiare, stupire o scioccare il pubblico. Emerge tra le righe il profilo del critico d’arte: concreto, onesto e impegnato, che rifiuta di promuovere l’irrilevante e, secondo l’insegnamento di Baudelaire, “ha il dovere di essere appassionato e parziale”.
Jackson Pollock - Senza titolo (Argento verde) - 1949 ca.
Per questo, sulla scorta della sue lucide analisi, la bella penna della critica americana può prendersi il lusso – e il rischio – di farsi tagliente anche nei riguardi di autori o eventi universalmente celebrati, scagliandosi ad esempio contro Bill Viola o l’osannatissima Documenta del 1972 a cura di Harald Szeemann.
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