Dove noi non siamo

Pubblicato su Teknemedia il 28.02.2007 e ampliato su Kritika #0 maggio 2009

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L’uomo vive nella nostalgia, spezzato tra ciò che lo circonda e ciò che non è più. Con il tempo, quel che è stato richiama a sé attenzioni sempre maggiori, ma ci sono nostalgie che colpiscono anche al di fuori della propria esperienza e del proprio passato. Luoghi che non abbiamo mai visto, momenti che non abbiamo vissuto, incontri che non abbiamo fatto. Sogni o desideri ancestrali, impressi nella nostra memoria con precisione, anche se privi di una precedente realtà concreta. Immagini effimere che ci appartengono come singoli o collettività. Figure archetipe oppure semplici sensazioni, frammenti della nostra immaginazione, da cui artisti visionari hanno saputo trarre le chiavi che aprono passaggi su altre realtà e altri mondi. Nei quali non siamo e non potremmo mai essere. E che proprio per questo ci incantano.Jerry Uelsmann (Detroit, 1934) è uno di loro. Nelle sue fotografie si mostra “una realtà che trascende la superficie della realtà”. Angeli, alberi e rocce sospesi in aria, cieli d’acqua e soffitti di nuvole. Visioni di scenari irreali in cui oggetti, paesaggi e figure umane si intrecciano e combinano in modi inattesi. Molti dei suoi scatti sono lasciati senza titolo, amplificandone le già enormi forza di suggestione e potenza narrativa. Come i quadri di René Magritte e le fotografie di Man Ray queste visioni paradossali mettono in discussione il nostro modo di percepire la realtà e parlano di archetipi. Sfruttano la forza di persuasione della fotografia per provocare una sorta di contraccolpo psicologico, in grado di convincerci di uno stato di cose fisicamente impossibile, di cui non comprendiamo immediatamente cosa non funzioni. Come se aprissero degli squarci attraverso i quali vedere possibilità alternative alla nostra, ci danno la sensazione di essere testimoni di una dimensione alternativa alla nostra. Un’isola può essere sospesa su di un lago, mentre un albero fluttua su di essa. Un corpo di donna trasformarsi in cascata. O, ancora, mare e nuvole essere contenuti nei palmi di due mani. Le sue sono visioni che appaiono sempre “complete”, non si concentrano su dettagli, ma presentano spesso spazi aperti, scorci di universi possibili, dotati di proprie leggi e perciò “abitabili” da parte dell’osservatore e dal suo immaginario. Una dimensione in cui si realizzano desideri atavici, semplici e irrealizzabili, come volare, o “sentirsi come un fiore”, come ha scritto una visitatrice nel guestbook di una sua recente retrospettiva italiana.

untitled-1992.jpgParlando delle origini dei suoi esperimenti, Uelsmann ricorda la fortuna di essere stato l’unico fotografo all’interno di un dipartimento d’arte. Il confronto con artisti che non si trovavano mai alle prese con immagini già pronte, ma dovevano crearle passo dopo passo, lo ha aiutato ad ampliare la concezione di cosa la fotografia potesse essere. In contrapposizione ai dogmi estetici dell’epoca che pretendevano un processo creativo che si esaurisse nel momento dello scatto, Uelsmann ha teorizzato la post-visualizzazione, posticipando e dilatando il “momento decisivo” bressoniano fino al lavoro in camera oscura, riproponendo e valorizzando una tecnica utilizzata da Oscar Rejlander e Henry Peach Robinson verso la metà del diciannovesimo secolo. La macchina fotografica rimane ancora centrale, come strumento di indagine sul mondo, ma rappresenta soltanto il primo momento di un processo di ricerca più ampio. Gli scatti raccolgono e costituiscono il materiale grezzo da cui partire, riordinato in una sorta di personale “vocabolario visivo”, fatto di primi piani, di sfondi e di particolari collezionati per essere utilizzati successivamente. La camera oscura si trasforma in un “laboratorio di ricerca visiva”, in cui il fotografo americano ricostruisce le immagini attraverso l’esposizione multipla di più negativi, opportunamente mascherati, su una stessa stampa ai sali d’argento. In questo modo, ricombinando immagini provenienti da periodi diversi, Uelsmann propone l’idea di un tempo aperto e interconnesso, in cui momenti diversi, anche molto lontani tra loro, contribuiscono contemporaneamente alla creazione di qualcosa di nuovo.

Il cortocircuito tra antropico e naturale è una costante delle sue visioni. Ma l’effetto straniante dei suoi scatti, che fondono elementi domestici e figure umane con untitled-1976.jpgpaesaggi naturali, è momentaneo, e cede al riconoscimento di un’armonia incontestabile, che sembra ricostituire un’unità primordiale, ricucendo quella ferita che ha strappato l’uomo alla natura. Riferendosi alle sue immagini del parco di Yosemite, Ted Orland ha evidenziato come queste fotografie ricompongano un’altra frattura, quella tra due modi di porsi di fronte alla realtà. Alcuni artisti vedono il mondo come se guardassero attraverso una finestra cose che accadono “là fuori”, mentre altri lo considerano come uno specchio che riflette il mondo dentro loro stessi. I paesaggi irreali di Jerry Uelsmann riproducono mondi realistici eppure diversi dal nostro. In queste visioni, la realtà viene accolta e trasformata in un “paesaggio mentale”, ricomponendone i frammenti come avviene nei sogni, e proponendosi quasi come un oracolo in grado di rispondere alle nostre domande soltanto stimolandone di nuove. Il dialogo tra sogno e realtà rimane in tal modo costantemente aperto, lasciando il dubbio di quale sia, tra i due, a condizionare l’altro. “Se non sognassimo, la realtà non esisterebbe”. Dopo aver visto queste immagini, le parole di Frederick Sommer non sembrano più così strane.

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