L’immagine aperta

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L’immagine aperta
(bruno mondadori 2008)

Visibile contro visivo. Un viaggio nella dialettica dell’immagine, alla scoperta del superamento cristiano della rassicuranete imitazione nello scandalo dell’incarnazione. Tra piaghe e sintomi. E uno sguardo fatto per divorare ed esser divorati…


pubblicato lunedì 25 maggio 2009

Dov’è la realtà dell’immagine? Cos’è la sua rappresentazione? Georges Didi-Huberman ripone la vexata quaestio, attraversando il Cristianesimo delle origini, che ha saputo conferire all’immagine un nuovo valore, lontano sia dall’onnipresenza visiva delle divinità greco-romane che dal divieto di raffigurazione giudaico, arrivando fino ai bagliori della contemporaneità. I saggi di LImmagine aperta, scritti tra gli anni ‘80 e i ‘90, ruotano attorno all’opposizione dialettica di “visivo” e “visibile”, mostrando l’origine di una sintomatologia dell’immagine che fa da sfondo all’opera dello studioso francese. Da un lato c’è la semplice rassicurante imitazione del reale, del visibile, dall’altro il suo sconvolgente superamento nel visivo e nelle figure radicali dell’Incarnazione e della Passione. Immagini e “sintomi”, che si aprono perché rivolti alla rappresentazione della carne, dell’interno, delle viscere e del sangue, del corpo incarnato e sofferente di Cristo sulla Croce.
Ma Didi-Huberman non si ferma all’iconografia della Passione, ma affronta altre figure-limite, che fuoriescono dalle tele per andare a fissarsi sulla realtà dei corpi. Come sulle stigmate di san Francesco d’Assisi, in grado di raffigurare i chiodi della crocifissione attraverso i suoi nervi e il sangue rappreso sulle piaghe. Oppure i terribili riti a cui, in pieno Illuminismo, si sottoponevano le convulsionarie, facendosi letteralmente crocifiggere con veri chiodi impiantati nelle carni.
Carlo Crivelli - Lamentazione sul Cristo morto - 1473 - tempera su legno - cm 61x64 - Sant’Emidio, Ascoli Piceno
In una sorta di esegesi del visivo, si mostra il rovescio dell’immagine, la sua apertura in direzione dell’Altro, seguendo imitatio estreme e impossibili. L’immagine incarnata è immagine fatta di materia e non di forma, non d’imitazione del reale ma del suo superamento, che “scava nella realtà lo scarto del reale, dell’impossibile e scava nel godimento lo scarto dell’insostenibile, dell’orrore”.
L’orrore e lo scandalo del visivo offono nell’ultimo saggio, dedicato a Bataille, la misura di un vedere che presuppone la violenza proprio per l’intimità, che consente una testimonianza concreta e tangibile, e che trasforma l’occhio in una bocca, la visione in una divorante assimilazione. Laddove lo sguardo si misura con immagini atroci, come la fotografia del supplizio dei cento tagli che ossessionò il filosofo francese, si apre una soglia in cui coesistono estasi e orrore e l’occhio si rivela organo vorace, incapace di distaccarsi dall’immagine, e al tempo stesso organo divorato proprio da ciò che vede. Una prossimità pericolosa tra spettatore e oggetto della visione, che collassa rovinosamente su se stesso nel tentativo di Bataille di aprire l’immagine in uno spazio ateologico. A dimostrare la necessità del riferimento trascendente al Dio cristiano.
Louis Carpeaux - Supplizio di Fou-Tchou-Li - 1905 - fotografia
Per Didi-Huberman, infatti, la forza con cui le immagini aperte agiscono su di noi e ci sconvolgono è funzionale al Nome-del-Padre, il nome di colui per il quale patire e compatire, per il quale sanguinare internamente attraverso lo sguardo. E aprirsi davvero all’immagine, rispettandone l’apertura senza cadere nel precipizio bestiale della sua incomprensione.
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  1. ti fai ogni giorno più bravo. :-*

  2. Grazie manu, se lo dici tu inizio quasi a crederci!
    Spero di tornare presto ad avere un accesso a internet che mi permetta di poter anche leggere altro oltre alle mail a cui devo rispondere.
    a presto,

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