Scritture dell’impermanenza (18. Il brillare delle tenebre)

Anche nell’ultimo aforisma dell’ultimo libro di Aurora c’è una conclusione bifida che in qualche modo apre su altro rispetto all’indicato e fa retrocedere lo sguardo che legge su altro da ciò che legge. Lo scenario marino che si apre è abitato da naviganti singolari, gli uccelli dell’oceano. È un mare in cui non si nuota, né si naviga, ma si vola. Ed è previsto che si possa sostare senza però ritenere che il mare sia finito per il fatto che le forze sono mancate. È un oceano che si espande in forza della nostra forza di volare, ma che non si chiude dove vengono meno le forze. Anche qui la perfezione e il rigore del suo stile richiedono che il pensiero vada oltre all’incompiuto pensiero nietzschiano. Ciò serve per andare oltre, per non sostare dove sostiamo. Nietzsche chiede a una filosofia di essere massimamente forte là dove viene meno. Non traspettere agli altri la stanchezza del proprio pensare è molto difficile per chi faccia del pensare la sua attività primaria. Piacerebe penare di essere arrivati a delle conclusioni, ma ciò contribuirebbe a fare delle conclusioni un prodotto della propria senilità. Nietzsche tenta di compiere un’operazione  antifilosofica, di indisponibilità al genere filosofico: vuole sapere di meno per la pretesa di conoscere il tutto, il pensiero ne sperimenta la vanità, ossia non la sua altezza, ma la sua bassezza. La pretesa di sapere tutto è pretendere troppo poco, poichè essa può venire esaurita da un “tutto” di comodo.
In questo passo si può notare un’analogia con il mito del Simurgh, la divinità che un popolo di uccelli cerca lungo la nona direzione. Alla fine vi arriverano solo 30 uccelli per scoprire che “simurgh” vuol dire appunto “trenta uccelli”, che loro stessi sono il loro dio, ma lo sono perchè lo hanno cercato. Il Simurgh li attendeva da sempre, ma da un sempre che è nato col loro arrivo.
Vi è quindi un anelito continuo a un oltre e l’impossibilità di andare oltre l’oltre. Nietzsche sembra risvegliare tradizioni che vuole siano sepolte, o quantomeno, come afferma Pessoa, che vuole essere la luce dell’oscurita, il paradossale brillare delle tenebre stesse, una luce che emerge senza differenziarsi dalle tenebre come brillantezza delle tenebre stesse.
La pagina nietzschiana richiede che si vada oltre l’oltre e proprio per questo si può poensare che Nietzsche segua il suo volo sperando di raggiungere le Indie da occidente, ma il suo destino è quello di naufragare verso l’infinito. Di fronte a ciò compare l’oppure del finale.
È questo ciò in cui si sviluppano riti misterici come la tematica del quinto impero e del sebastianismo in Pessoa. Un quinto regno che si porta il nostro monto in un altro, che emancipa la geografia dalla nostra geografia, che emancipa la storia dalla nostra storia.
Questo mare sembra parente di quella impensabilità innominabile che la tradizione compromettono nominando Dio. In altri termini, che Dio sia soprattutto l’emancipazione del suo consistere come ciò che nominando indichiamo come creatore di ciò che già c’è. Il fatto che Dio se lo siano inventati gli uomini è una mezza verità; di volta in volta la posizione antropologica nell’orizzonte teologico può essere liberazione o banale fascinazione. Con la morte di Dio è morta anche la possibilità di divinizzazione dell’uomo, la morte di Dio significa tutto tranne che un popolo di pezzenti abbia conquistato un palazzo e viva in esso scimiottando il padrone. Bisogna così scoprire che al cuore dell’uomo c’è qualcosa che va oltre la sua umanità; nell’interpretare l’idea di umano, l’idea di Dio è riduttiva. L’uomo deve aDio la presunzione con la quale si ritiene superiore a Dio e sufficiente a se stesso.

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