Scritture dell’impermanenza (16. Un Dio da sempre morto)

Il frammento 343 della Gaia scienza è quello in cui l’annuncio della morte di Dio si fa più compiuto. Diventa annunzio della momentanea irricevibilità, incomprensibilità, inattualità di un evento che per quanto già compiuto è remotisssimo dall’esere conosciuto, proprio perchè è così radicalmente prossimo al presente da non essere visibile, se non co me conflagrazione della cattiva visibilità del presente inesigibile. Perché l’annuncio sia compreso bisogna capire che Dio è morto da sempre, che la morte di Dio va riportata al Dio di sempre. Finchè si resta nella metafora – necessaria per Nietzsche –  della morte di Dio come uccisione, il senso vero di questo annuncio non è coglibile e d’altra parte se lo fosse, diventerebbe la liquefazione dell’annuncio stesso.L’esercizio stesso di questa pagina può accedere all’evento. In ciò veniva a consumarsi tutto ciò che in Nietzsche può prendere la forma di un tributo a tutto ciò che è irreligioso. Bisogna cogliere che l’annunzio , con maggior vicinanza al tempo storico, vuol dire che è morto: è morto ed è compiuto totalmente il tentativo di cogliere il nichilismo; si è compituo il cristianesimo: in questo senso l’ateismo è il compimento del cristianesimo, è l’estinzione di Dio nella comunità cristiana e in ciò è l’estinzione della comunità stessa.
L’importante è che il posto occupato da Dio venga svuotato non mantenendo la struttura in cui esso era innescato: una delle prime forme di dissolvenza di Dio è quella di quel Dio che funge da pilastro, che è forte perchè è assente. Il Dio che muore è quello che garantisce fornendo la forma secolarizzata al politico moderno; è quell’orizzonte hobbesiano di un Dio che sicuramente c’è ma non è nel mondo, nè si interessa di esso.
Tale annunzio richiede che si riconosca che Dio è morto da sempre, riconoscimento che è ben altra cosa dall’affermazione del suo non esserci mai stato. L’annunzio agisce anche in una relazione tra Dio e discorso che si colloca al di là di un orizzonte teologico come discorso su Dio o di Dio. L’annuznio della morte di Dio significa anche che la parola “dio” intrattiene con Dio un rapporto turbato. Il mare in cui Nietzsche vuole navigare è quello in cui di Dio non si palri più, ma non per dimenticanza o per impedimento (la stessa intolleranza catagatica che impedisce e nello stesso tempo suscita l’eresia opera nell’orizzonte dell’ateismo). La situazione dell0impedimento sarebbe quella in cui di Dio non si potesse più parlare, ma resterebbe ancora la possibilità di farlo e ciò sarebbe avvertito come una lacerazione della possibiltità. Invece c’è il sospetto in Nietzsche che il nome di Dio faccia parte del suo cadavere (Heidegger dirà qualcosa di simile dicendo che solo nominare l’essere è già un cancellarlo). Qualcosa di simile c’è quando Nietzsche ci dice che togliere non è che espandere le cose che sono nel suo nuome come concentrazione. – Il sospetto nei confronti del nome di Dio ha sempre interessato i teologi. Il divieto biblico di non nominare il nome di Dio invano, ha sempre fatto massa con quanto ci richiama nella forma del mistico dell’invito a tacere. C’è l’idea che Dio si consumi nominandolo troppo e che occorra grande abilità per nominarlo senza perdita: i nomi di Dio, la moltiplicazione dei nomi di Dio che fanno di Dio e del suo nome un evento e non piuttosto la nominazione di una cosa, il mero contenuto di un nostro discorso. Il nome di Dio può essere la terribile conflagrazione del mondo, come fu lo grosticismo, nel volere la conflagrazione del mondo in quanto già creato. Ma anche è il nome di Dio che può eiscattare il mondo in una dimensione fantastica.
Nietzsche vuole liberare la vastità del mare come un operare non più circostritto e avvilito da Dio, dal nome di Dio, quell’unico nome di di Dio in cui Dio è morto da sempre, perchè esso è stato nominato e così è stato ridotto al significato e agli usi del suo nome.

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