Scritture dell’impermanenza (15. Più grande il pericolo, più grande il pensiero di ciò che salva)

Le prime ombre sull’Europa continuano quella fenomenologia delle catastrofi e delle estreme propaggini che Nietzsche ha messo in misura nel frammento dell’uomo folle.
Queste ombre provengono da un primo elemento evidente della morte di Dio – l’esinguersi della faccia di Dio che si fa forma di potere, di matrice logica che sta fuori dal mondo procude una conflagrazione, ma è un tratto marginale. L’ordine politico fondato su rappresenzazione, sovranità ed esercizio dello iato tra popolo governato e sovrano, l’etica esplosa e ricomposta metà per etichetta e metà per ossessione prescrittiva, sono la forza di una grande teologia politica, la forza di un grande repertorio di categorie che sono l’esito di un lecito rilasciarsi della teologia; si estingue così la religiosità ideologia, relegata nel rapporto tra stato e realtà.
“Costoro” sono quelli che elevano in sè almeno un elemento di diffidenza sistematica, etica – nel senso del costume – nei confronti del permanere di ciò di cui è cessato il fondamento; l’abitudine che preventi lo sguardo in visione e si convinca dell’inesistenza di ciò che non è. Occorre uno sguardo allevato al gusto della diffidenza per convincerci che ciò che è in frammenti non è integro come sembra ai più.Nietzsche sta scremando un primo aspetto della morte di Dio, della morte di un Dio messo in opera nell’orizzonte della modernità. Questo sguardo che diffida da un mondo che sembra sempre più antico è quello che può saziarsi del moto dell’avanguardia, della novità come novità scardinante, adeguata alla propria inadeguatezza; l’annuncio della morte di Dio diventa compiacimento del gesto rivoluzionario. Vi sono alcuni il cui sguardo abilita a guardare con rispetto ciò che risulta inadeguato a permanere. Nietzsche percepisce quell’assunzione del nichilismo indagato ed esplicato da Dostoevskij: «Se Dio non esiste, tutto è permesso». Questa è la formula nella sua banalità, Dostoevskij andava oltre, riconoscendo che i conti andavano fatti in una vicenda ulteriore della consumazione del nichilismo, perchè qualcosa di Dio rimanesse. In sostanza, questa ricezione dell’evidenza che Dio è morto non toglie che in sostanza l’avvenimento è troppo distante dal maggior numero perchè anche l’annuncio possa dirsi compiuto. In che senso questo avvenimento è distante? Qualcosa di questa distanza era stato annunciato da Johann Christian Friedrich Hölderlin, il cui pensiero ha lasciato tracce visibili nei suoi aspetti più alti ed estremi in quello di Nietzsche. Hölderlin aveva già analizzato nella sua poesia-filosofia la morte di Dio, che nel suo lessico si sarebbe detta la doppia infedeltà, degli uomini verso gli dei e degli dei verso gli uomini. Hölderlin  aveva collocato la propria poesia in un tempo di miseria in cui gli dei si sono dileguati e gli uomini sono ad essi infedeli. In un certo senso la doppia infedeltà – che diventata evento pieno, capace di indicare la pienezza di questo ruolo – aveva spogliato da una speranza troppo facile, donando la capacità di cogliere che più grande è il pericolo, più grande è il pensiero di ciò che salva: in un mondo privo di dei forse noi sappiamo più limpidamente cosa sono gli dei, la nostra povertà ci emancipa da essa stessa e ci fa stare dinnanzi a una salvezza più radicale, ma che non può salvarmi. Come Empedocle che vuole gettarsi nell’Etna nella consapevolezza che la sua forma si radica nel suo passare oltre e non nel suo permanere.
L’esito a cui Nietzsche vuole arrivare non è in un orizzonte antropologico; Dio non si estingue perchè è troppo palesemente una speranza umana. L’evento è più antico, ossia più radicale per poterlo risolvere in termini di filosofia della storia; non è il prodotto della modernità; non è ciò di cui parla la morte di Dio anche se gli “occhi svegli” colgono questa dimensione. Per questo le avanguardie troveranno il loro sviluppo, ma anche la loro fine in breve tempo nel Novecento. Molte rivoluzioni liberatrici saranno ridotte a regime in breve; quante ultime guerre ci saranno per porre fine definitivamente alla guerra, quanti passi definitivi per poche stagioni. È un orizzonte fatto di rotture ed epistrofi statuarie.
Offuscamento ed eclissi del sole sono forme del suo fraintendimento, che in realtà è ancora una debole comprensione legittima. Adesso Niezsche non può che desiderare di essere ciò che non riesce ancora ad essere ma vorrebbe: essere maestro e veggente.
In che senso è un evento più antico? Perchè la morte di Dio e ciò in cui si manifesta esattamente è l’essenza stessa di Dio. La morte di Dio è anche morte della sua morte, è qualcosa che non avviene adesso, dopo che Dio è stato per molto tempo. È ciò che svela che in tutti questi tempi l’operare di Dio è stato in realtà l’operare della sua morte. Ciò consuma l’immagine stessa della morte di Dio. Toglie all’inizio la consistenza suscettibile di diventare cadaverica del corpo di Dio. La posizione nietzschiana è una religiosità così radicale da togliere lo spazio e il riconoscimento di una religione e di una religiosità; anche l’irreligiosià è diventata impossibile: l’opposizione tra religione ed irreligione regge finchè si mantengono dei fantasmi in un orizzonte irrealizzato. La morte di Dio riguarda Dio dall’inizio ed è più distante: la coerenza dei nessi che si legano simultaneamente. Chi è questo “noi” di cui Nietzsche parla? Il problema della morte di Dio diventa il problema di Noi che accogliamo l’annuncio: una comunità possibile nell’impossibilità di Dio. Se Dio è morto che possibilità ci sono per una dialettica? I nostri scenari in cui accogliamo l’annuncio sono ancora scenari dialettici, quindi l’annunzio che Dio è morto è al di là dall’essere ricevuto, prima ancora che capito.

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