Scrittura dell’impermanenza (14. Uno sconfinamento del mare nel mare)

«Carcassa, tu tremi? Tremeresti molto di più, se tu sapessi dove ti porto». Le parole di Turenne che aprono il quinto libro della Gaia scienza si rivolgono a chi non ha ancora colto la morte di Dio e ciò che essa significa, che tremano e tremerebbero ancora di più se realizzassero cosa ciò comporta, mentre chi la accoglie sta già vivendo una radicale trasformazione.
È sintomatico che la sequenza di Quel che significa per la nostra serenità si concluda con l’immagine di un mare dilatato, che si fa progressivamente sconfinato. Tale sconfinamento, in realtà, si presenta come uno sconfinamento del mare nel mare.Non un mare più grande, quanto un inoltrarsi nella natura stessa del mare, come se questo annuncio incompreso e non reso compiutamente abbia in se stesso il passaggio del mare nel cuore del mare. L’immagine marina è nietzschiana per eccellenza – nella superficie marina Nietzsche trova la manifestazione più esatta di ciò che è superficie. Una superficie che si riscatta dal termine “superficiale” e diviene più vera dell’altezza e della profondità. Non ci sono ragioni delle cose dietro le cose, non ci sono delle cause nascoste, casomai c’è incapacità di vedere, di cogliere, di avvenire alla superficie che è la realtà. Le cause sono astrazioni, riduzioni della ricchezza brulicante del vivere. La superficie è un altro modo per dire che l’attimo trae dietro se stesso, che nell’eterno ritorno ritroviamo la superficie mossa, dotata di una sua profondità che è piega della superficie, è constatazione che la superficie non fa che piegarsi e includersi come le onde del mare. Se questo è il mare di Nietzsche, in cui le onde sembrano andare dove ognuna di esse vuole, mentre in realtà non vogliono andare da nessuna parte, ecco che il mare esalta ora al massimo queste caratteristiche marine, è un mare che completa e supera i bordi della sua stessa metafora. Non è più il Mediterraneo, non è più l’oceano, ma è qualcosa di ulteriore, l’annuncio della morte di Diuo inteso con euforia, come possibilità di fare qualcosa, che esalta i sedimenti di un percorso da me già compiuto e li rende positivamente attuali.
Comunque, c’è ancora un elemento di inadeguatezza che consiste nella coscienza della debolezza delle proprie risorse contro la possibilità del fraintendimento; perchè tutto ciò che è inadueguato alla morte di Dio rischia di mutare la propria inadeguatezza in abiezione. La prima soluzione della morte di Dio può significare la legittimazione di ogni barbarie. Nietzsche pensa che le barbarie debbano essere superate in una vita che le lasci alla loro distruzione. Non ci si può opporre al nichilismo, ma esso può essere lasciato alla sua stessa autodistruzione. Ciò che Nietzsche vuole dire è un appuntamento all’estinzione del nichilismo, all’autocombustione del nichilismo, osssia all’autodistruzione di tutto ciò che è contro il nichilismo e che non fa che allontanare il nichilismo dalla sua irrealtà. Ritroviamo qui una questione, quella del problema della scrittura. Nietzsche fa della sua vita un luogo ineludibile della filosofia, un’operazione che un eccesso artistico o filosofico potrebbe impedirgli, quella cioè di volgere le sue idee in esperienze, in un senso che uno psicologo potrebbe definire come stato psicologico. Non nella scrittura stessa in cui tali idee-esperienze avvengono, ma uno stare nelle esperienze ed esserne contemporaneamente estromesso. Sono situazioni in cui Nietzsche guarda al suo stesso pensiero con lo sgomento di chi non sa se lasciarlo trasparire o meno. È consapevole che la sua saggezza non salva. A volte sembra che l’oltre uomo appaia attraverso lo strazio dell’uomo che lo contiene; la parte finale della filosofia nietzschiana affronta il tema della “grande salute”, riferendosi infine al disastro della salute di Nietzsche stesso. La scrittura che ci riferisce che Dio è morto è quella che più ci parla dell’impermanenza della scrittura. Ha una forma provvisoria che deve rendere al massimo la sua condizione di provvisorietà. Il “noi” di Nietzsche è in bilico, sta sul crinale tra oggi e domani, tra una concezione del divenire come successione di stati e una emancipata da essa. La scrittura di Nietzsche è chiamata a rendere la situazione di incompiutezza della ricezione dell’annuncio della morte di Dio, come se fosse un movimentoche attira a sé il tempo che essa anticipa e ci dà come enigma il movimento della sua realizzazione. Si tratta di chiamare in causa il tempo che verrà, chiamandolo a curvarsi nell’attimo che trae dietro se stesso. Il problema non è di raccontarci aspetti del futuro storico, ma quello di costruire eventi della scrittura che ci consentano di accedere a quel radicale evento che è la morte di Dio.

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