Scritture dell’impermanenza (12. Una speranza senza attesa)

La scrittura nietzschiana si vuole sgretolante verso il pensiero per il quale è inattuale. Scioglie il concetto di soggetto come punto di vista e quello di flusso come successione di stati.  Il dissolvimento della proiezione verticale riduce il divenire a transizione tra differenti stati ed è il passaggio che comporta una radicale compromissione del punto di vista con il quale si rende possibile tale transizione. Tanto più imbrigliamo il divenire nella condizione di mutamento di stato, quando cerchiamo di coglierlo nelle presunte giacenze tra stato e stato, tanto più cogliamo un divenire che non è. Perdiamo l’evidenza dell’impermanenza, non notiamo che il divenire non è il mutamento che vogliamo, una sequenza di attimi, ma è il nostro stesso divenire.

È la liquidazione di questo essere fuori dal divenire che sgretola le fondamenta di un’etica classica e disfa il soggetto conoscente nel divenire. Non comporta un facile e banale amoralismo, ma anzi la responsabilità di ogni nostro gesto aumenta nell’attimo che trae dietro se stesso, sebbene senza riferirsi ad alcun codice di norme morali.

Il cosidetto «dire sì alla vita» non è altra cosa da questo spostamento che porta in sé una totalità pratica, un pensiero che è pratico esso stesso, mettendo in atto ciò che afferma, proprio nel momento in cui lo afferma. La morte di Dio è già avvenuta e coloro che l’hanno provocata non ne sono al corrente, perchè – per il momento – la morte di Dio è soltanto il suo annuncio, perchè non può essere, come morte di ciò che era lo spazio di Dio, senza avere un estito destrutturalizzante su tutto ciò che esso conteneva. La morte di Dio prima di tutto è morte della separazione da Dio, un’emancipazione progressiva di Dio dalla sua separatezza. Come nella preghiera di meister Eckhart: «Prego Dio di liberarmi da Dio», lo prego di cancellare la bestemmia del Dio creatore, ossia del Dio che le creature si immaginano come causa.

Una simile emancipazione dal pensiero, dalla sofferenza dello spazio del pensiero, si ritrova nel ‘900 in Auschwitz, dove  si intreccia l’ateismo come soddisfazione contenutistica, la speranza come condizione di verità non definitiva, ma al tempo stesso non valicabile: dove si spera non nell’attesa che qualcosa avvenga, ma nella consapevolezza che la nostra essenza è nello sperare.

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Un Commento

  1. e però quando dio ci ha creato si è limitato. quindi la sua morte, non so, è come se avesse liberato spazio, inghiottito dal nulla della separazione da noi.

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