Shilpa Gupta, Sol LeWitt e Michelangelo Pistoletto alla Galleria Continua

ino al 2.V.2009
Gupta | LeWitt | Pistoletto
San Gimignano (si), Galleria Continua

Tecnica, globalizzazione e contraddizioni dell’Occidente sono al centro della riflessione del maestro piemontese e di una giovane e convincente artista indiana. Completa la lussuosa tripla personale l’inedito wall drawing di uno dei padri dell’arte concettuale…


pubblicato giovedì 5 marzo 2009

Tecnica, capitalismo e globalizzazione sono alcuni dei nodi di quel groviglio di contraddizioni che è l’Occidente. Shilpa Gupta (Mumbai, 1976) ne affronta le ricadute sull’Oriente, rivolgendosi all’individuo e a desideri e speranze declinati attraverso l’influenza dei media.
L’uomo di Shilpa è un essere omologato, come quello raffigurato nella serie di code infinite di 100 Queues, immortalate da fotografie avvolte intorno a cento cilindri mossi da piccoli motori, a far perdere la percezione di chi stia prima e chi dopo, in ‘un’eterna attesa del tutto priva di scopo che simboleggia la quotidianità di un mondo globalizzato e uniformato dalla mancanza di scelta e di autonomia.  Su questo tasto insistono le fotografie di giovani in coda a tapparsi reciprocamente bocca, occhi, orecchie. E anche lo stesso luccichio di un  sole di stelle cieche e accecanti, Stars Blind Blind Stars, non fa che ripetere la metafora della mancanza di punti di riferimento in grado di orientare la scelta e fondare una propria autonoma personalità.
Tryst with Destiny e I have Many Dreams affrontano gli effetti della mondializzazione sulla vita quotidiana. Il primo lavoro riprende, fin dal titolo, il discorso d’indipendenza del primo Presidente indiano, isolandone le speranze in un microfono solitario, abbandonato in un angolo, da cui proviene la voce dell’artista che lo canta e recita. I have Many Dreams risponde idealmente a quell’inascoltato discorso di emancipazione: quattro fotografie ritraggono alcune bambine e delle cuffie ne lasciano ascoltare le voci. Ciascuna di loro, intervistata, immagina il proprio futuro attraverso limitate possibilità di realizzazione, come artista, pop star, giornalista, designer, rivelando speranze e desideri stereotipati, pescati da un calderone di sogni anonimi pronti all’uso, diffusi dai media nel consenso generalizzato. Si tratta di vincoli, ceppi che sembrano monili, ma incatenano i sogni con nodi indistricabili.

Michelangelo Pistoletto - Il Tempo del Giudizio - 2009 - materiali vari - h. cm 300, diam. cm 1000 - courtesy Galleria Continua, San Gimignano-Beijing-Le Moulin - photo Ela Bialkowska

Anche Michelangelo Pistoletto (Biella, 1933) riflette sulle contraddizioni del nostro tempo, teorizzando una possibile risposta nell’avvento di un nuovo umanesimo e di un Terzo Paradiso, necessaria utopia di un incontro che eviti l’allargarsi della ferita che divide uomo e natura. Una conciliazione simbolica che sia la base da cui muovere per mettere il secondo paradiso, l’artificio, al servizio del primo, la natura, per creare un paradiso in terra.

In galleria, oltre alle opere che raffigurano il “Nuovo Segno d’Infinito” del Terzo Paradiso, sono in mostra opere del ciclo Segno Arte, tra cui una serie di quattro arazzi, che ne indica la genesi leonardesca, e recenti lavori su superfici specchianti, come le eleganti simmetrie della serie Black and Light.

Al centro della platea della galleria è collocato Il tempo del giudizio, la grande istallazione che dà il titolo alla mostra. Qui gli specchi diventano strumento d’introspezione, grazie al quale cristianesimo, ebraismo, buddismo e islamismo, rispecchiandosi nei simboli della preghiera o del proprio credo, sono messi a confronto con loro stessi. Come a riconoscerne weberianamente la responsabilità del disincanto del mondo e la necessità di un loro contributo alla riconciliazione del Terzo Paradiso. Ed è forse proprio la teoria weberiana che spiega forse l’assenza di un quinto lato dedicato all’induismo, visto dal grande sociologo tedesco come una religione pressochè priva di dogmi e con uno scarno contenuto dottrinale.

Sol LeWitt - Wall Drawing #1262: Planes with broken bands of color (San Gimignano) - 2004/2009 - acrilico - cm 267x1330 - courtesy Galleria Continua, San Gimignano-Beijing-Le Moulin - photo Ela Bialkowska

Nell’ampia platea, una parete ospita un wall drawing di Sol LeWitt (Hartford, 1928 – New York, 2007), concepito nel 2004 per la galleria. Moduli dai diversi colori si rincorrono sulla parete, accelerando da destra a sinistra lungo fughe in diagonale. Un semplice e affascinante incastro di forme e colori, a creare spazi effimeri e prospettive illusorie, giusto per la durata della mostra. Per poi abbandonare noi comuni mortali e tornare nell’Iperuranio nel quale sono stati concepiti.

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