Scritture dell’impermanenza (9. Essere il continuum)

Quando decidiamo di eleggere qualcosa di precedente a causa di ciò che proviamo, stiamo proiettando l’attimo al di fuori di noi, fermando il suo trapassare. Si tratta di un esercizio che consente di distanziarsi dal proprio accadere, neutralizzandolo.  Il tema è quello dell’antropocentrismo gnoseologico, tramite il quale facciamo il mondo a nostra immagine. Impariamo a descrivere sempre meglio l’immagine che abbiamo di noi stessi, finchè vediamo solamente dei punti nell’accadere, delle cause.  In realtà non stiamo vedendo, ma stiamo dedicando, nel senso di consacrare con rito solenne. La repentinità di certe relazioni ci inganna, perchè ci consente di trascurare un’infinità di altre cose: causa ed effetto sono astrazioni, che in realtà sono annegate in un’infinità di cose che non riusciamo a vedere.

Nietzsche non pone il problema della conoscenza del flusso come passaggio da stato a stato. Un flusso che non è passaggio da punto ad un altro, in cui fingere di unificare ciò che si è smembrato, illudendosi di avere un’immagine reale del divenire nella nostra fissa rappresentazione di ciò che è flusso. Tutto ciò ha una sua nobiltà quando è consapevole, come nell’arte che è emergenza nel visibile del trapassare dell’attimo. La scienza, invece, è solo e soltanto immagine del divenire, un passaggio da pezzo a pezzo, elaborazioni della discontinuità chiamate continuità, condizioni di equilibrio che non sono altro che cessazione della vita, momenti di crisi in cui il movimento compare soltanto come forma che lo elimina e lo trasforma in qualcosa di statico.

La relazione causa-effetto ci impedisce il coglimento del continuum. Occorre chiedersi: cosa e chi può cogliere il continuo? Possiamo pensare di esserci ancora senza compiere tale operazione? In che condizione opererebbe l’intelletto cogliente il continuo? Concepire in modo diverso il continuo non richiede che noi si sia diversi. Il problema è essere nel continuum, essere il continuum. Solo che questo disgrega tutto lo scenario troppo umano, la scienza come compatibilizzazione del mondo all’uomo deve essere messa in discussione.

Quando vogliamo essere contemporanei all’accadere dell’attimo non facciamo saltare quel soggetto consocente che è l’uomo? La porta dell’attimo è la soglia che va oltre allo spazio in cui organizziamo il nostro essere. Il problema è anche quello ateo, anche l’iperumanizzazione del mondo che produce la possibilità e la necessità del superumano e anche del disumano. Un crinale inquietante, perchè Nietzsche avverte che ciò che abbiamo vissuto nel nostro pensarci uomini contiene un rischio terribile. Tutte le descrizioni che abbiamo sono fraintendimento del fatto che il continuum non è tale se non lo interpretiamo come passaggio. Nella compromissione della nozione causa-effetto si apre la strada della compromissione del rapporto creatore-creature: si mette in discussione il fatto che Dio sia la causa di ciò che è.

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