Scritture dell’impermanenza (7. Permanere nel trappassare)

La pagina nietzschiana per un verso dura e per un verso non dura. Si propone come scrittura perchè resta e resta perchè trapassa. Una pagina che rileggiamo disegnando in noi modi diversi nel tempo, che è attimo eterno che mantiene tutto senza omissioni.

L’attimo trae dietro se stesso e dissolve la paura. C’è sgomento per l’abisso che la porta sembra implicare. Si supera lo sgomento dell’ululato, la paura troppo umana viene congedata. Zarathustra si libera della propria paura con il coglimento della natura dell’attimo, con l’affermazione della realtà nel suo accadere. Qui si riproietta la situazione propria della tragedia che Aristotele sintetizza come Kàtarsis, che consente di andare oltre la paura, come una secrezione purificatrice, attraversandola pienamente .

La nascita della tragedia è in realtà un libro sulla fine della tragedia, che il pensiero estingue assumendola a oggetto. La stessa sensazione che coglie Nietzsche tutte le volte che sperimenta come sugli oltrepassamenti delle parole enigma, soglia, si possa attaccare la piattola del fraintendimento. Sono parole dalle quali si cade, come i mistici sufi dopo le loro visioni; grandi scarti della capacità del pensiero di conoscere se stesso senza duplicarsi. “Eterno ritorno”, “oltre uomo”, eccetera, paiono degli stati, delle condizioni e dimensioni della mente da cui talvoltaci si riesce a liberare o dalle quali si cade. Siamo al cortocircuito tra la grande salute del superuomo e la malattia dell’uomo, il cortocircuito tra Nietzsche che sta male e dice di stare perfettamente, la salute lo attraversa nel suo essere malato. Nietzsche sa che la sua insofferenza per il passato è anche un raccogliersi imponente di tutto questo nella stretta dell’oltre umano. Ciò che può renderlo vecchissimo e giovanissimo. In questo incrocio non c’è soltanto una felicità paradossale, ma anche uno strazio autentico. La cultura nel suo paralizzante essere tale non la salva, ma la consegna alla barbarie. Un barbarie positiva, forse, se sarà un riscatto da ciò che rischia di produrre vite senza forma.

Così parlò Zarathustra è un testo singolare: contiene tutta la filosofia nietzschiana ma è un testo di cui fidarsi diffidando. Tra l’altro nel suo afflato ornacolare c’è il problema della scrittura. In esso Nietzsche assume il problema della stasi e del movimento. «Così parlò Zarathustra», al passato, tutti gli addobbi ornacolari segnalano l’assunzione del fatto che le parole di Zarathustra sono parole affidate alla carta, sono detti affidati alla scrittura e che le impongono di essere coerente con la scrittura dell’attimo. La porta carraia ha l’aspetto del simbolo e ci pone nella condizione di capire cosa vuol dire (‘un simbolo o come sbarazzarsene?’, come capire il simbolo senza perdere la nostra identità). Si tratta di entrare in esso e diventare parte del simbolo stesso.

Le due strade che convergono sulla porta sono una scena simbolica e Zarathustra vi si cala all’interno: entrare nel simbolo è non entrare in uno spazio; spazio e tempo nell’orizzonte del simbolico diventano paralogici. Così preso, Così parlò Zarathustra diventa un libro di esercizi spirituali, assume la pesantezza di un grave parlare esattamente come qualcosa da cui si apre un movimento di sospensioni. Diventa comprensione di ciò che si è al di là di ciò che si è. Il conosci te stesso emancipato dal conosci te stesso come oggetto, in esclusione da te; da una conoscenza che è non conoscenza.

Nietzsche arriva a produrre una scrittura d’opera architettonica, proprio perchè in Così parlò Zarathustra vuole corrompere lo stare delle forme del pensiero nel trapassare. Vuole costruire un tempio e un rapporto con l’enigma mediato dal tempo, ma così ne fa una grande esca per i cacciatori di religioni finte, in cui possono abitare legioni di delinquenti e cretini. Zarathustra è una sorta di Tempo ritrovato in Nietzsche: come Proust, costruisce un grande tempio del Tempo per far capire che niente sta e che l’attimo trae dietro se stesso. Dobbiamo cogliere impermanenza e sentimento di sè là dove risulta evidente che l’evidenza della coerenza nietzschiana è proprio lì dove l’attimo trae dietro se stesso, rendere evidente la necessità della relazione tra tutti gli elementi della dottrinza di Nietzsche nel momento in cui si danno nell’attimo. Si può rispondere di sì al suo «sono stato capito?» soltanto proiettandosi in quel tempo in cui l’annunzio che Dio è morto perde la sua equivocabilità.

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