Sabina Grasso – Matteo Rubbi

fino al 31.I.2009 Sabina Grasso / Matteo Rubbi Milano, Guenzani Via Melzo

Nuvole e fischiettii, tragedie d’amore e attacchi di panico. Suggestioni isolate e solitarie di una doppia personale in cui non mancano le sorprese. Come la traduzione teatrale di un video d’artista. O i consigli di un insolito, severo art trainer…


pubblicato lunedì 19 gennaio 2009

Nantucket, un’isola descritta nel Moby Dick di Melville come un luogo remoto, in cui tutti sono “rinchiusi, sprangati, circondati e ridotti a isola dall’oceano”, è la cifra metaforica della doppia personale presentata dallo Studio Guenzani in via Melzo. Matteo Rubbi (Seriate, Bergamo, 1980; vive a Milano e Parigi) passa da un’isola a un’altra, dopo aver lavorato a lungo con l’Isola Art Center. In galleria, Nuvole è una stampa a colori su carta di una fotografia che immortala appunto un cielo carico di nuvole, oggetto per antonomasia della ricerca di significati nelle loro forme, esiti metereologici o semplici rimandi a profili consueti o immaginari. A terra, un giradischi fa vibrare nell’aria le note di Disco, un fischiettìo che si perde tra melodie diverse, insistito e fastidioso.
Si tratta di lavori dall’ingenuità ricercata, in cui l’artista scava a fondo un’intuizione fino a ridurla ai minimi termini, affidandone tutto il carico semantico all’osservatore. Più interessante la ritraduzione teatrale di un suo video precedente. In La Terra è un astro venivano fatte scoppiare le parole “Ti amo”, ora lo stesso progetto ritrova quella componente poetica che avrebbe dovuto avere in origine, secondo le intenzioni dell’artista. Una “farsa tragica in sei parti”, a metà strada tra il ruvido sguardo di Samuel Beckett e la tagliente emotività di Mariangela Gualtieri, dipinge lo sciogliersi e annientarsi di un sembiante bruciato dal fuco dell’amore. “Niente fa mondo là fuori”, recita una battuta del testo, che avrebbe potuto fare da sottotitolo alla mostra. Sabina Grasso - Sassi (#9) - 2006 - c-print digitale - cm 30x50 - courtesy Studio Guenzani, Milano Le opere di Sabina Grasso (Genova, 1975; vive a Milano) riflettono sul modo in cui si relazionano le persone tra loro e con il mondo. La serie Sassi descrive una delle situazioni limite di questa relazione. Quella in cui tutto si fa ostile, l’ansia prende il sopravvento, il mondo crolla e la sensazione di essere completamente in balia degli eventi si fa dominante. L’artista utilizza se stessa come filtro empatico di ciò che racconta, e in questa serie si mette in primo piano, autoritraendosi durante i propri attacchi di panico. Cambiano i luoghi, tutti dai colori carichi, a sottolinearne l’irrealtà e l’indifferenza, mentre lo sguardo smarrito e sospettoso rimane lo stesso, come la posa irrigidita del corpo, che sembra volersi sottrarre allo spazio. L’ultima opera in mostra è il video Dojo. Guardando diretto in camera, con un tono di voce duro e inflessibile, un “art trainer” aggressivo rinfaccia all’artista a cui si rivolge il suo doversi impegnare, interrogandosi, imparando a motivare a fondo ogni scelta, a capire il proprio pensiero prima che siano altri a doverlo interpretare. Deve essere evidente lo studio che sta dietro a un’opera, bisogna saper scrivere, diventare poeti, interpretare il ruolo dell’artista, non basta esserlo soltanto. Sabina Grasso e Matteo Rubbi - Nantucket - veduta della mostra presso lo Studio Guenzani, Milano, 2008 - photo Roberto Marossi Un dialogo privato trasformato in monologo severo, che unisce cinico realismo a un’acritica accondiscendenza al sistema.

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