Scritture dell’impermanenza (2. L’uccello e il poeta)

Il poeta lirico canta «come l’uccello canta», da solo, spinto dalla più intima necessità, e deve ammutolire, quando gli compare di fronte un ascoltatore che pretende qualcosa. Sarebbe perciò del tutto innaturale chiedere al poeta lirico che siano comprese altresì le parole del testo del suo canto, innaturale, poiché questa è una richiesta dell’ascoltatore, il quale di fronte allo sfogo lirico non può far valere alcun diritto.

Ci si domandi allora una buona volta onestamente, tenendo in mano le poesie dei grandi lirici antichi, se a essi può mai essere venuto in mente di chiarire il loro mondo di immagini e di pensieri alla moltitudine popolare che stava intorno ad ascoltare: si provi a rispondere a questa seria questione, tenendo lo sguardo fisso su Pindaro e sui canti corali di Eschilo. Queste arditissime e oscurissime tortuosità di pensiero, questo vortice di immagini che si riproduce impetuosamente in forme sempre nuove, questo tono oracolare dell’insieme, che noi, senza essere distratti dalla musica e dalla danza, così spesso non riusciamo ad afferrare, nonostante l’attenzione più tesa tutto questo mondo di miracoli doveva forse essere trasparente come il vetro, risultare anzi un’interpretazione simbolicoconcettuale della musica per la moltitudine greca? E con quei misteri di pensiero, quali sono contenuti in Pindaro, forse che il meraviglioso poeta voleva chiarire ancora di più la musica già in sé efficacemente chiara? Non si dovrebbe forse in questo caso riuscire a comprendere profondamente che cosa è il lirico, cioè l’uomo artistico, che deve interpretare per se stesso la musica mediante il simbolismo delle immagini e degli affetti, ma che non ha nulla da comunicare all’ascoltatore: e che dimentica addirittura, nel suo completo rapimento, chi stia avidamente ad ascoltare nelle sue vicinanze. E come il lirico canta il suo inno, così il popolo canta il suo canto popolare, per se stesso, spinto da un impulso intimo, e senza preoccuparsi se la parola sia comprensibile per chi non partecipa al canto. Pensiamo alle nostre proprie esperienze nel campo della più alta musica d’arte: che cosa possiamo comprendere del testo di una messa di Palestrina, di una cantata di Bach, di un oratorio di Handel se non partecipiamo noi stessi al canto? Una lirica, una musica vocale esiste soltanto per chi partecipa al canto: l’ascoltatore sta di fronte a tutto ciò come di fronte a una musica assoluta.
L’opera, peraltro, secondo le più chiare testimonianze, prende inizio dalla pretesa dell’ascoltatore di comprendere le parole.
Ma come? L’ascoltatore pretende? La parola dev’essere compresa?

[Friedrich Nietzsche, Frammenti postumi]

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