Parentesi e corsivo

Prendete un periodo di tempo sufficientemente lungo e lasciate filtrare ogni avvenimento attraverso due categorie opposte e contrastanti. Potreste dipingere un mondo utilizzando una tavolozza di due colori soltanto, darne una visione coerente distinguendone gli eventi attraverso l’opposizione di bianco a nero. L’importante è mettere tra parentesi tutto il resto.

Sono “tradizione e rivoluzione”, le due macro categorie che danno ordine alla grande mostra di Palazzo Grassi a cura di Francesco Bonami, gli estremi in grado di racchiudere l’arte contemporanea italiana degli ultimi quarant’anni.

Italics ha pregi e difetti di una mostra troppo poco impersonale, completamente organizzata attraverso il filtro del gusto colto e raffinato del suo curatore, sufficientemente alla moda per piacere alla gente che piace. Ha una dimensione visiva eccellente, tolta la sbavatura nell’allestimento, che sovraccarico di opere quasi tutte le sale. Ma proprio perchè si affida soltanto a richiami visivi, non riesce a tenere i fili di una narrazione. E smarrisce anche le motivazioni della scelta. Tanto che non soltanto è impossibile individuare influenze e resistenze tra gli artisti, ma addirittura diventa arduo riconoscere in quali delle due caselle andrebbero inserite le opere che si hanno di fronte. Dov’è la tradizione? Dov’è la rivoluzione?

E dov’è l’arte povera? E dove la transavanguardia? Tra gli accostamenti formali svaniscono i due movimenti principali della storia dell’arte contemporanea italiana. Le proteste di Celant e Bonito Oliva erano ampiamente prevedibili. Il primo afferra il nocciolo della questione. Entra nel merito di ciò che realmente manca a questa mostra, al di là della legittima libertà del curatore di scegliere chi includere e chi escludere dalla kermesse e se rispettare o meno categorie storiche consolidate nella storia dell’arte contemporanea in Italia.

Quello che confonde maggiormente è la trasformazione della mostra in una collezione, del curatore in collezionista o «arredatore d’interni», come lo definisce ingenerosamente Celant, accusandolo di aver organizzato Italics per sale tematiche, come gli ambienti di una casa borghese. Ma la cosa più grave è quello che in questa operazione estetizzante si è perso.

Nel creare la sua raccolta il curatore-collezionista Bonami ha evitato di analizzare il percorso genealogico dell’arte contemporanea con i suoi strappi, i suoi sconvolgimenti e i suoi procedimenti trasversali proiettati verso la sperimentazione e verso la restaurazione, verso la progressione e verso la regressione. Si è dedicato esclusivamente a un montaggio appiattente e scansafatiche del materiale visivo degli oggetti, scelti senza alcuna attenzione allo specifico temporale, ma solo al contenuto banale e ottuso (ritratto, sesso, morte, colore, interni, caricatura, cose da piangere e cose da ridere). Ha mandato in soffitta la storia dell’arte con la sua complessità per affidarsi al prodotto artistico, quello che piace tanto al mercato e alle case d’asta perché avulso da contesto e problematica. Ha dislocato l’opera d’arte senza metterla alla prova con il suo tempo, così da collocarla in un limbo, dove il vile convive con il coraggioso, il rivoluzionario si stringe al reazionario. Il tutto sotto l’ombrello della forma e del contenuto in una visione idealistico-crociana che evita di evidenziare le reciproche esigenze e posizioni estetiche e politiche, psichiche e antropologiche.

Il problema è capire, se questa sia soltanto una deriva “scansafatiche”, oppure il segno dei tempi. Perchè al fondo di questo ipotetico scandaloso pressapochismo, rimane un’impressione visivamente piacevole. Se ci convince semplicemente la forma, abbiamo davvero bisogno anche della complessità di parole e pensieri? Se l’eleganza di questa mostra in corsivo seduce, pesano ancora le lacune di ciò che è stato messo tra parentesi? E su questo dovrò riflettere ancora un po’ più a lungo.

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  1. Claudio

    Leggendo la tua recensione ad un certo punto mi son fermato ed ho pensato al titolo della mostra: a parte italics, il resto era completamente svanito dalla mia memoria. Penso sia esplicativo ed in linea con quanto dici (dove tradizione? dove rivoluzione?).
    E della mostra ricordo solo le eleganti stanze di Palazzo Grassi (la cornice).

  2. come dicevo qui sopra nel finale, anche se effettivamente potrei essere metodologicamente contrario a questo tipo di interpretazione, resto a metà tra apprezzamento e disapprovazione. perchè l’operazione di Bonami, per quanto a-storica e probabilmente a-critica, per quanto si perda all’interno del percorso che si è scelta, ha un suo stile riconoscibile, tanto da far pensare che sia il segno dei tempi. su quella che caliandro chiama l’ipodizzazione della cultura, e sulle nostre resistenze ad essa, c’è qualcosa – credo – delle resistenze che si facevano cent’anni fa alle avanguardie, c’è quel rifiuto netto e radicale che si prova di fronte a quel crede un imbarbarimento. vorrei leggere qualcosa di più sui tafferugli e le risse dei futuristi, su quelle tra surrealisti e dadaisti, sullo scandalo che generavano e che adesso ci pare tanto eccessivo. vorrei capire come mai si è perso quello scandalo, ma su questo magari ci scriverò un post, prima o poi…

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