Le ultime venti pagine

«Lo devi assolutamente leggere!». Per buona parte della lettura di Espiazione di Ian McEwan, non sono riusciuto a togliermi dalla testa la domanda sul perchè di un giudizio tanto entusiasta.

Sì, uno stile piacevole, un’evidente capacità narrativa. Eppure pagina dopo pagina mi ha accompagnato costantemente un interrogativo ovattato, come un’eco lontana. A dispetto del convergere di diversi punti di vista, della maestria nell’interpretazione psicologica dei personaggi e della struttura narrativa a piani che si intersecavano, retrocedendo di qualche passo per ritornare sull’accaduto e svilupparlo. Non riuscivo a spiegarmi il senso della distanza con cui percepivo il testo, soprattutto per quello stile, dalle divagazioni invadenti ed eccessive. Una bella prova di scrittura, sì, una storia intrigante, ma nient’altro.

Poi alle ultime venti pagine tutto si spiega. Le sbavature e le ingenuità dell’intreccio, l’inattualità dei toni e l’esagerazione delle descrizioni. Non si tratta solo di un colpo di scena, ma di un rovesciamento dal un forte contraccolpo drammatico su tutto ciò che l’ha preceduto. Sarei curioso di sapere da dove sia partito l’autore per costruire il romanzo, è evidente che la chiave di volta sia proprio in quelle ultime venti pagine, ma forse potrebbe anche essere l’inizio dell’intera storia.

Comunque sia, non posso che unirmi a quel consiglio entusiasta: lo dovevo proprio leggere.

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  1. manco la forza di scaricarmi il film da emule.

  2. Il film credo che non possa che essere un rifacimento scontato. La cosa intrigante delle ultime venti pagine non interessa la trama, ma la struttura del testo. Certo prima delle ultime venti pagine ce ne sono altre 358… Che non è che siano terribilmente brutte, nè detestabilmente banali. La questione è un’altra. L’ultimo romanzo che ho letto mi è rimasto addosso per tutta la lettura di Espiazione. Il ricordo della tensione della Trilogia della città di K., di quella prosa asciutta e della genialità della costruzione del testo, cozzavano contro le grasse didascalie di McEwan e l’intreccio aggrovigliato ma comunque lineare. Non ne trovavo la necessità, non ne capivo la contemporaneità. e questo fino a quasi la fine del testo.
    In ogni caso ho modificato l’universalità dell’ultima riga. In effetti, non sono sicuro che lo consiglierei proprio a tutti.

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