Brevi e confusi appunti sulle elezioni americane, su quelle abruzzesi e non solo

Conservazione e riforma, rivoluzione e restaurazione. Due movimenti opposti animano da sempre lo scenario politico, come peraltro anche quello artistico o scientifico. Uno in opposizione al cambiamento, l’altro che lo auspica e promuove.

Da un lato ci sono i privilegiati (che in un tempo più o meno lontano seppero con merito o furbizia guadagnare privilegi per sè e i propri discendenti) che preferiscono garantire lo status quo,  dall’altro chi modificare il presente per distrubuire più uniformemente diritti e doveri, ricchezza e risorse.

Oggettivamente non c’è una posizione preferibile alle altre. Ciascuna delle due opposte anime può avere dalla sua motivazioni nobili e sensate, oppure meschine e ambigue. Possono far leva sull’orgoglio del presente o cavalcare la paura, ambire alla giustizia o seguire rancore e invidia.

La vittoria di Obama insegna che la retorica elettorale dei riformisti ha valore quando riesce a rendere credibile un futuro migliore, quando riesce a far percepire il cambiamento come qualcosa di necessario e positivo. Credere nell’unità delle proprie forze, nella possibilità di realizzare insieme un sogno, di avere un futuro convince le classi più deboli della possibilità del cambiamento, di un’emancipazione. E convince le più agiate che quel cambiamento non sia necessariamente un danno per sè.

McCain ha seguito la via della Negatività (v. David Foster Wallace), usando l’arma della paura, dipingendo una realtà piena di insidie da cui doversi guardare e insinuando incapacità e inaffidabilità dell’avversario. Si è costruito un nemico da cui doversi difendere, che avrebbe potuto insinuarsi nel cambiamento, e anzi contro il quale era necessario nelle proprie tradizioni e identità. Non è nobile nè piacebole riscoprire identità e valori nazionali soltanto scontrandoli contro altre culture e credo che anzi ne risulti un loro impoverimento. Ma questa è un’altra questione.

In Italia, ancora non esiste un partito in grado di proporre un futuro in cui credere, o meglio, non esiste un partito che propone un futuro in grado di cambiare lo stato sociale, allargare i diritti, generare risorse culturali ed economiche in grado di permettere a chi ne è capace di sviluppare al meglio le proprie capacità e ambizioni. Il Partito Democratico, che sulla carta dovrebbe essere il partito riformista italiano,  si è fondato finora principalmente in opposizione alla destra e a Berlusconi, e lo ha fatto essenzialmente sul profilo morale,  e di qui, una volta venuta in luce una questione morale la sconfitta si è fatta subito pesantissima: 15 % a Di Pietro e 17% al Pd e addio alla vocazione maggioritaria.

Massimo D’Alema ha lasciato un commento acuto su quanto accaduto. La sonora sconfitta del PD rivela la sua scarsa credibilità, il Pdl ha questioni morali e indagini molto più numerose a suo carico, ma non per questo il suo elettorato non lo vota.

Il problema del riformismo in Italia è che non c’è mai stato. Non è mai esistito un partito riformista, ma frange di alcuni partiti diversi con posizioni simili, ma anche con posizioni diverse, come indica l’amalgama non riuscito in cui si è finora realizzato il PD. Del resto non si crea un partito dal nulla. Ma allo stesso modo c’è davvero poco per sperare che qualcosa possa cambiare. Mi sto perdendo e mi fermo qui. Ne riparliamo il sette giugno. Oppue l’otto, risultati alla mano.

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