Anche Lei è un’opera?

La Fondazione Trussardi è una delle realtà più dinamiche e vitali tra le vivacissime istituzioni artistiche private milanesi. La dirige Massimiliano Gioni, il più giovane tra i critici e curatori italiani di livello internazionale. Nel 2004 ha fatto discutere con un’opera di Maurizio Cattelan. L’anno scorso ha inaugurato al contemporaneo gli spazi di Palazzo Litta con le opere del duo svizzero Fischli & Weiss. E anche quest’anno ha rinnovato la percezione di un luogo classico di Milano, con una mostra che si è chiusa domenica scorsa a Villa Reale.

Villa Reale ospita una galleria d’arte moderna, con opere che vanno dal XVII al XIX secolo e racchiude gioielli come le sculture di Medardo Rosso o il Quarto stato di Pelizza da Volpedo. Per rinnovarne la moderna classicità è stato scelto Tino Sehgal, un’artista le cui opere non sono plastiche nè performance, nè astratte o figurative, ma sono semplicemente delle situazioni, che prendono corpo soltanto attraverso l’interazione con il pubblico. Sehgal è per certi versi un regista. Costruisce una situazione che degli attori devono mettere in scena a contatto con il pubblico. Dando vita a delle relazioni che si concludono con una frase, riportando la firma dell’artista, il titolo dell’opera, rigorosamente in inglese, anno e luogo della prima rappresentazione.

La cosa più interessante è il cambiamento di prospettiva estetica. Le opere di Sehgal hanno la loro componente principale nel coinvolgimento dello spettatore, nel suo prendere parte ad una situazione, mettendo in campo (o sulla scena o, meglio, in atto) il suo divertimento, la sua curiosità, la sua ironia, la sua timidezza. Giocano sì a stupire lo spettatore, ma lo stupore è funzionale al passaggio in un’altra dimensione, in un abbraccio più solido e avvolgente di quello di un quadro o di una statua. Perché non è soltanto lo sguardo ad essere attratto, ma tutto dello spettatore, fino a farlo diventare attore e protagonista, accanto ad altri protagonisti-spettatori.

Situazioni e non opere e non, soprattutto, performance. Sehgal abbatte il rituale estetico, rovescia la dimensione ascendente, estatica, dell’arte per farne un piano orizzontale, reale, concreto. Con un filo di ironia mantiene una sottile distanza, ma forse è proprio questa che è in grado di togliere quella patina troppo seriosa e austera che sovrastava l’arte performativa degli anni Settanta (e i suoi rifacimenti contemporanei).

Lo spettatore sa di assistere ad una finzione. Sa di potersi trovare in situazioni bizzarre, sa che alcuni guardiani non sono veri guardiani, che ci sono attori tra loro. Eppure, man mano che attraversa le stanze, che si ferma imbarazzato a guardare le effusioni eterne di Kiss, o ride e saltella mentre le guardie lo circondano cantando This is so contemporary, lo spettatore entra in una dimensione più ambigua. Approfondisce l’opera non contemplandola, ma partecipandovi.

Ma proprio per questo devo smettere di parlare in terza persona. Fondamentalmente, la mostra di Sehgal insegna proprio questo: l’arte non si fa e non vive in terza persona, ma in prima, singolare e plurale.

Sono arrivato a Villa Reale in un martedì o giovedì sera ancora non piovoso. Sapendo cosa mi aspettava, timidamente, con lo stesso spirito con cui mi avventuravo da bambino in una casa abbandonata. Fondamentalmente avevo paura di quello che mi sarebbe potuto succedere, ma non potevo resistere alla mia curiosità. E così sono entrato e sono fuggito alle prime inconsulte parole della prima opera. Poco dopo, quando le tre guardie di This is so contemporary mi hanno circondato non ho potuto non scoppiare a ridere. Ma la paura non era svanita. E mi aggiraravo per le sale del museo recitando quella che pensavo dovesse essere la mia parte. Come se fossi interessato alle opere esposte permanentemente, e non alle situazioni. Ho guardato le successive con distacco. Finché poi ho capito. Solo alla fine. Che la mia parte nel gioco non era quella di sorprendersi, ma soprattutto di partecipare.

Arrivo nell’ultima sala, c’è una guardia con barba e capelli ricci raccolti, mi dice che l’artista ha spostato tutte le opere, e che se cercavo qualcosa in particolare dovevo chiedere a lui. E poi inizia ad attaccare bottone. Mi dice che questo Tino Sehgal è davvero un vanitoso, che dichiara che non sono importanti gli spazi o le opere, ma poi è talmente attento a quello che gli sta intorno da spostare la disposizione delle cose e così via. Io lo lascio parlare, annuisco. Capisco che è il critico di This is criticism. Ma poi il suo monologo continua e ad un certo punto si rompe un muro e mi trovo a partecipare alla discussione. Esco dalla mera contemplazione ed entro nell’opera e così inizio a capire, o mi pare di capire, qualcosa di più della sua poetica, del suo modo di intendere l’arte e delle intenzioni di cui carica le sue opere. E ora ripensandoci mi sembra che quelle opere parlassero di me, del mio modo di reagire e affrontare quelle situazioni.

Era un giovedì o martedì sera. E non c’era quasi nessuno oltre a me. Soltanto una brevissima interazione con un’altra visitatrice mi ha fatto pensare a quanto Sehgal possa rivoluzionare il rapporto tra gli spettatori. Scendendo dalle scale mi ha incrociato e interrogato: “Anche Lei è un’opera?”. Ho risposto di no, ma ripensandoci credo proprio che la risposta corretta sarebbe stata un’altra: “Sì, sono un’opera”.

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  1. sì, sei un’opera. :-*

  2. redada

    Come potrebbe essere altrimenti, d’altronde?
    Dada siegt!

  3. hai ragione, uno che si firma Re Dada… 😛

  4. redada

    sì, sua altezza DAda! 😀

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