Traces du Sacré

POLLICINO CON L’AUREOLA
Traces du Sacré esplora, per la prima volta in Francia, il rapporto tra arte e spiritualità nel XIX e XX secolo. La risposta a un vero e proprio occultamento di questa tematica da parte delle istituzioni culturali d’oltralpe. Abbiamo incontrato Angela Lampe, co-curatrice della mostra al Centre Pompidou…

pubblicato su Exibart martedì 15 luglio 2008

Traces du Sacré segna un percorso all’interno del rapporto tra spiritualità e arte moderna e contemporanea, arrivando fino ai giorni nostri. Qual è stato il punto di partenza nella costruzione della mostra? Che tappe avete cercato di privilegiare?
Il punto di partenza è il XIX secolo, vale a dire l’inizio del processo di secolarizzazione dell’arte: è il momento in cui gli artisti si emancipano dal dogma religioso e cercano di esprimere il divino e lo spirituale attraverso nuove vie, più personali, attraverso l’arte e nuovi contenuti, come il tema della natura. Questo processo va accelerandosi nel corso del secolo, fino a culminare nella “morte di Dio” annunciata da Nietzsche, una figura centrale per capire il passaggio al XX secolo, quando le sue opere furono lette da molti artisti, tra cui de Chirico e Otto Dix. Il nostro proposito è quello di mostrare come, nonostante l’annuncio nietzscheano, gli artisti abbiano continuato a cercare nuove vie per rispondere e dar forma al problema spirituale, questione che non ha mai smesso di animarli.

Concretamente come è organizzata la mostra?
Man Ray - La Prière - 1930 - fotografia su tela - cm 32x23 - Galerie À l'Enseigne des Oudin, ParisL’organizzazione è tematica. La mostra cerca di far vedere i territori esplorati nel corso di questa ricerca spirituale: attraverso nuove forme di iniziazione e ispirazione, da cui il riferimento ad altre religioni, come il buddismo, e l’arrivo della teosofia; oppure, prima della Prima guerra mondiale, la valorizzazione della danza espressiva (con Mary Wigman e Nijinski) o, più tardi, dopo la Seconda guerra mondiale, in particolare negli anni ’50-’60, con la nascita della Beat Generation e il ruolo delle droghe e della mescalina come mezzo per trasformare l’artista stesso.

La pluralità dei sensi del “sacro” che la mostra mette in luce trova quindi il suo fondamento nella pluralità dei percorsi intrapresi dagli artisti?
Sì, proprio così. È molto importante sottolineare che il tema dell’esposizione non è la religione ma le “tracce del sacro”. Ovvero, si tratta di pensare i modi in cui l’arte lascia un segno, una traccia materiale di una dimensione “sacra”, senza per questo voler rinchiudere tali esperienze all’interno delle definizione tradizionale di “arte sacra”. Il “sacro” non è preso in un senso definito e statico, perché in realtà si radica sulla ricerca personale degli artisti e s’incarna nella materialità delle loro espressioni artistiche, dunque in modo necessariamente diversificato.

In questo senso, la mostra sottolinea come, a dispetto della secolarizzazione, l’arte si sia costituita come uno spazio di riformulazione della dimensione spirituale. È questa un’idea che volete estendere all’arte moderna in generale o avete intenzionalmente tralasciato quelle forme espressive che si sono invece lasciate completamente alle spalle la dimensione trascendente?
È un’ottima domanda. In realtà, la mostra esprime una presa di posizione, al fine di mettere in luce, per la prima volta in Francia, la dimensione spirituale dell’arte del XX secolo. Il tentativo è di evidenziare un nuovo vettore possibile per leggere la storia dell’arte moderna e contemporanea. Si tratta di una proposta che, pur compatibile con altre (come il materialismo o la scienza), intende valorizzare qualcosa che, spesso, si è cercato di accantonare, soprattutto in Francia. Su questo tema ci sono state altre mostre importanti, una negli Stati Uniti negli anni ‘80 (Los Angeles, 1986), una in Germania (Franconforte, 1995), ma in Francia tale dimensione è stata occultata, anche rispetto a degli artisti come Kandinsky e Mondrian, nei quali aveva una dimensione preponderante, favorendo una lettura formalista, che accentua il lavoro sulla forma espressiva a partire dall’impressionismo fino al monocromo degli anni ‘50.
Maurizio Cattelan - Him - 2001 - cera, capelli, resina sintetica - cm 101x41x53 - courtesy coll. François Pinault - photo Attilio Maranzano
Si può parlare quindi di un’intenzione per certi versi “politica”, che ha spinto alla realizzazione di questa mostra?
Sì, se vogliamo, ma in senso lato. La nostra intenzione è quella di arricchire la comprensione della storia dell’arte, soprattutto per ciò che riguarda le istituzioni artistiche e i musei, perché in realtà il rapporto fra arte e spiritualità è ben noto negli ambienti di ricerca scientifica e nelle università. Questa operazione, infatti, si situa proprio a livello delle mostre. D’altro canto, la situazione attuale sta già cambiando, ad esempio è stato annunciato un progetto a Strasburgo sulla “faccia nascosta” della creazione. C’è quindi un’attenzione montante per quest’aspetto, che noi consideriamo fondamentale per l’arte del XX secolo.

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La recensione della mostra

a cura di stefano mazzoni

*si ringrazia Francesco Callegaro per la sua preziosa opera di interprete e traduttore

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