Intervista a Carlo Dalcielo

fino al 20.IV.2008
Il pittore e il pesce
Venezia, Fondazione Bevilacqua La Masa

Una poesia di Raymond Carver, un’opera di Carlo Dalcielo. Una mostra che prende spunto dallo scrittore americano e ne ricava uno storyboard in 55 scene, ciascuna affidata a un artista. Carlo Dalcielo invece è stato creato da Bruno Lorini e Giulio Mozzi. Lo abbiamo intervistato…
pubblicato su Exibart venerdì 18 aprile 2008

Siamo alla seconda parte del percorso espositivo di Il pittore e il pesce. Dopo Piacenza, la mostra approda a Venezia…
La mostra di Piacenza è andata proprio bene, è stata vista da circa cinquecento persone, l’allestimento ha dialogato bene con lo spazio, che è molto suggestivo, ma non facile da gestire. Il racconto è risultato leggibile e coinvolgente. Alla Fondazione Bevilacqua La Masa la mostra ha una forma diversa, non è una sequenza continua come alla Ricci Oddi, ma tiene conto anche delle pause, dei rallentamenti e delle accelerazioni del testo.Dopo Venezia si è parlato di altre tappe espositive, come la Fiera del libro di Torino. E poi? La mostrà continuerà a itinerare?
Le tappe successive non sono ancora state definite, abbiamo diverse richieste e proposte che stiamo valutando. Ce ne saranno altre sicuramente, ma non alla Fiera del libro di Torino, dove non è stato possibile organizzarla, anche se mi sarebbe piaciuto molto. Saremo presenti comunque con un video. 

E dal punto di vista del mercato, ci sono già state offerte di acquisto?
No, finora non c’è stata nessuna proposta. Essendo un’opera unica, indivisibile, è piuttosto impegnativa. Non smetto di sperare in qualche fondazione illuminata…

Facciamo qualche passo indietro. Com’è nata l’idea di raccontare una poesia di Raymond Carver per mezzo di una mostra? Come si è delineata poi praticamente la sua organizzazione?
L’idea di un’opera che raccontasse una storia mi ronzava per la testa da un paio d’anni abbondanti. Con Giulio abbiamo provato a dare a quest’idea varie forme, abbiamo considerato diversi testi. Volevamo che la forma principale di quest’opera (quella che più sarebbe dovuta durare) fosse un libro. Dovevamo trovare un autore di punta di una casa editrice, un autore che ci stimolasse e che fosse adatto a essere tradotto in immagini. Raymond Carver ha un modo di raccontare fulmineo, le sue parole sono istantanee di per sé. Una volta deciso il testo, una poesia che parla di un’artista e di come i fatti quotidiani della sua vita diventano opera, ho cominciato a chiedere ad alcuni artisti che stimo se avevano voglia di partecipare a un progetto così. Tutti hanno risposto positivamente, e così ho cominciato a lavorare alla sceneggiatura…
Maurizio Taioli
Il raccontare per immagini una storia scritta riproduce a rovescio, in un certo senso, la difficoltà di parlare a parole di un’opera d’arte. Ci si confronta con l’irriducibile differenza di parola e figura. Ci sono stati dei punti critici nella “traduzione” della poesia di Carver in uno storyboard e poi in immagini?
La difficoltà maggiore è stata evitare di farne un’illustrazione, cosa che non volevo assolutamente, e mi pare di esserci riuscito. Ho invece cercato di ri-raccontarla con un percorso parallelo, traducendo in quadri i vari momenti. Certo che tradurre in una inquadratura “una pioggia leggera che vuole / fare il possibile per non dare troppo fastidio / a nessuno e chiede in cambio solo / che non la si dimentichi” non è facile. Ho quindi prima cercato di estrarre dalle parole di Carver tutte le immagini che riuscivo a vederci dentro, poi ho ordinato queste immagini in sequenza e da qui ho costruito lo storyboard trasformando quelle immagini in inquadrature.

Una volta ultimate, le opere ti saranno arrivate man mano, non necessariamente nell’ordine finale dell’esposizione. Rispecchiavano le aspettative con cui le hai affidate agli artisti?
Sì, le opere hanno cominciato ad arrivare man mano, e a ogni opera che arrivava l’idea del lavoro che avevo in testa cambiava, o quantomeno si ri-tarava e ripartiva da quello che vedevo. Quasi tutte le opere mi hanno stupito, nessuna ha coinciso del tutto con quello che mi aspettavo, e questa è stata una delle parti più eccitanti del lavoro.

Il risultato è stato una sorta di nuovo racconto, qualcosa di diverso non solo dalla poesia di Carver, ma anche dalla tua lettura di essa. Qualcosa di più autonomo, quindi.
La storia che Carver racconta si ritrova perfettamente nello scorrere delle immagini, il modo di raccontarla, i punti di vista, il ritmo, il tono del racconto sono invece non perfettamente coincidenti. Non ho voluto illustrare la poesia, non ho affidato un verso a ciascun artista, ma l’ho prima riscritta per immagini io, Carlo, e poi ho affidato le singole immagini ai vari autori. Questi hanno in verità, ciascuno per la sua parte, tradotto la mia traduzione, non il testo di Carver. Questi diversi passaggi (me ne scordavo uno: il passaggio dalle immagini dello storyboard alle descrizioni di quest’ultime a parole che gli artisti hanno ricevuto) hanno creato di fatto una sorta di distanza dall’originale testo di partenza, quella distanza necessaria, a mio parere, per “vedere” il racconto più in profondità.
Katja Noppes
Non solo in quest’ultimo lavoro sembri riservare a te stesso la parte dell’ideazione. Già nel Diario dei sogni elaboravi un progetto in grado di coinvolgere altri personalità. Per certi versi, si direbbe quasi che la tua opera si collochi esclusivamente sul piano delle idee, lasciando ad altri l’arduo compito di materializzarle. Come mai?
In realtà sono proprio io che materializzo le idee che mi vengono e che voglio far diventare opera, e le materializzo usando competenze altrui come colori e pennelli. Mi interessa anche riportare l’attenzione sull’opera anziché, come avviene normalmente oggi, sulla figura dell’artista.

Si potrebbe parlare quindi di una sorta di concezione della curatela come pratica artistica. Oppure c’è qualcosa di più? Appunto il venir meno della personalità dell’artista, il primato dell’opera che assume un valore autonomo proprio perchè figlia di troppi “padri”…
Ma io, in realtà, non mi considero affatto un curatore, i curatori sono Lorini e Mozzi (che curano anche la mia vita). Io ho lavorato come un artista classico, che compone l’opera, e quando ne ha bisogno usa competenze e collaborazioni esterne. Ho lavorato come un regista, che avendo la visione del tutto, coordina e dirige il lavoro degli attori, che sono liberi nell’espressione, ma obbligati a far parte di un disegno che va oltre il loro singolo esprimersi. Non credo che in quest’opera venga meno la personalità dell’artista, anzi credo che questo lavoro metta proprio in luce ed esalti le singole personalità, che però non si esauriscono, come spesso accade nell’arte di oggi, nell’autoreferenzialità.

Riunire opere di artisti diversi in percorso preciso e “definitivo”, come quello di uno storyboard, sviluppa una concatenazione che fa sì che le opere acquisiscano un significato ulteriore le une accanto alle altre, rispetto a quello che avrebbero singolarmente. L’opera, come indica il sottotitolo della mostra, è una sola, ovvero la mostra stessa…
Certo, è un’opera unica, che però non è solo la mostra, o meglio, l’opera ha due forme, una è la mostra, l’altra è il libro, che non è il catalogo della mostra, nemmeno un libro d’arte, ma è proprio un libro che seguirà una strada tutta diversa: vivrà in libreria, accanto agli altri libri di Carver, sarà letto da persone che non conoscono la mostra. Quello che dici a proposito dell’acquisire un significato ulteriore dall’accostamento tra le singole opere mi interessa moltissimo, la narrazione che nasce nello spazio tra un’immagine e un’altra si può dire che è stata quella che ha dato il via alla mia vita.
Carmen Cano
A chi ti senti più vicino nel tuo fare e concepire l’arte?
Io non provengo da un percorso di studi artistici, non mi sono formato sui lavori di altri artisti. Ho cominciato a produrre opere un po’ per caso una decina di anni fa, e solo da allora ho cominciato a guardare i lavori altrui. Credo però che Luigi Ghirri sia l’artista che più mi ha emozionato, ai miei inizi, e al quale devo, per ora, di più.

Da cosa nasce il tuo interesse per la letteratura?
Il mio interesse è soprattutto per le storie, e per il modo di raccontarle. Non sono un appassionato di letteratura.

E cosa significa per te raccontare delle storie?
A me piace innanzitutto osservarle, le storie, immaginarmele quando osservo la vita che sta intorno a me, e farmele immaginare quando le leggo o me le racconta un film. Raccontarle significa farle durare, entrarne a farne parte, renderle mie e allo stesso tempo viverle assieme ad altri.

Prima hai ricordato tu stesso il coinvolgimento del pubblico alla mostra di Piacenza. Che importanza ha per te questo aspetto “sociale” del raccontare storie?
Non so se abbia importanza l’aspetto sociale, ma mi piace pensare che da sempre, dopo il fuoco e il cibo, l’ascoltare un racconto sia il motivo principale per cui le persone si radunano.
Veduta della mostra alla Fondazione Bevilacqua La Masa, Venezia 2008
Dal cielo ai sogni, fino a quest’ultimo lavoro di maggior impatto narrativo. Cosa ispira la tua ricerca artistica?
Non credo che ci sia qualcosa che mi ispiri. Mi piace lavorare partendo dal mio lavoro, trovare all’interno di esso i presupposti per il prossimo, esplorare le strade, o più spesso le tracce, che vi trovo indicate. Mi piace raccontare, e giocare con i modi per farlo.

E dopo il pittore e il pesce? C’è già qualcos’altro a cui vorresti dedicarti?
Sto appunto studiando alcune direzioni che “il pittore e il pesce” mi hanno suggerito. Per ora sono abbozzi di idee, ma alcune cose si stanno delineando all’orizzonte, e non mancherà molto a che comincino ad avere una forma… Penso comunque che sonderò ancora le potenzialità di questa modalità di lavoro.

*la voce prestata a Carlo Dalcielo in questa intervista è quella di Bruno Lorini

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