Greg Bogin

fino all’11.IV.2008
Greg Bogin
Milano, Curti/Gambuzzi & Co.
Colori squillanti aggrediscono lo spettatore. Vernici per carrozzerie e sagome insolite. La poetica bizzarra di un artista che oscilla tra minimal e pop. Sullo sfondo, la comunicazione grafica e la fantascienza…

pubblicato su Exibart su  martedì 25 marzo 2008

Si sa che guardare l’immagine che raffigura un quadro può dare soltanto una vaga impressione rispetto alla sua esperienza diretta. Ma, talvolta, le riproduzioni non riescono nemmeno a dare quella pallida impressione. È il caso delle opere di Greg Bogin (New York, 1965). Le fotografie dei suoi lavori riportano immagini lontanissime dalla loro visione concreta, pur riproducendo fedelmente le forme e i colori. Ne distorcono la percezione, restando soltanto fredde senza essere glaciali, tanto da sembrare riproduzioni edulcorate, riadattamenti disarmati e innocui che non sono in grado di rendere giustizia dell’impatto visivo con cui aggrediscono lo spettatore.
Bogin utilizza colori dai contrasti vibranti, che feriscono lo sguardo dello spettatore con una forza accentuata dai riflessi della luce sulle levigatissime superfici delle sue tele. Queste ultime sono rese irriconoscibili sotto gli strati di vernice poliuretanica che le ricoprono uniformemente, dando l’impressione di essere prodotti industriali. La scelta di forme irregolari e inusuali per le tele e l’utilizzo di vernici usate abitualmente per le carrozzerie delle automobili contribuiscono a spogliare i quadri del loro carattere di “finestre”, restituendoli a una ricognizione visiva che ci è più familiare.
Anche negli ultimi lavori, in cui Bogin sembra aver ridotto il suo debito nei confronti della grafica degli anni ‘70, preferendo forme più essenziali, con colori disposti gradatamente su ampi spazi della superficie della tela. L’effetto è sempre il medesimo. Non c’è alcuno sguardo che possiamo dare attraverso di loro, e ci appare difficile soffermarci anche soltanto sul loro carattere “pittorico”, perché i colori e le semplici forme geometriche in cui si articolano sfruttano la nostra abitudine alla comunicazione grafica, suggerendo rimandi a ipotetici loghi e marchi di prodotti, aziende o compagnie ignote.
Greg Bogin - My Fellow Primates - 2007 - vernice poliuretanica su tela - cm 160x248,9
In tal modo, Bogin accompagna alla freddezza e all’asetticità delle sue opere minimali il carattere pop di icone del nostro tempo, dotate della stessa forza persuasiva e immediatezza con cui sono in grado di imprimersi nella memoria.
Nonostante la sua arte possa sembrare perseguire una direzione impersonale, l’artista americano vi accosta una poetica ironica e “bizzarra”, come egli stesso la definisce. Le sue opere hanno titoli insoliti e stravaganti come My Fellow Primates o Plight of the Misanthrope, che oscillano tra riferimenti alla fantascienza, soprattutto a Kubrik e a 2001: Odissea nello spazio, e improbabili testimonianze di impegno, giocano a farsi beffe dello spettatore e rovesciano la loro austera freddezza nel sorriso divertito dell’artista.
E, come ha affermato Stephen Maine, ci ricordano che l’ironia in pittura non è confinata soltanto alla figurazione.
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