Chris Gilomour – Neil Farber

fino al 20.IX.2007
Chris Gilmour / Neil Farber
Padova, Perugi

Sculture usa e getta. Statue equestri e busti di illustri sconosciuti. Una critica alla rappresentazione e alla temporalità dell’arte. E un polittico orizzontale di morte e sangue..

pubblicato su Exibart giovedì 14 giugno 2007

Le opere d’arte hanno spesso celebrato il raggiungimento di uno status. Ritratti, busti e statue equestri hanno immortalato personaggi illustri, raffigurando le loro immagini sulla tela, nella pietra o nel bronzo, le hanno consegnate alla storia, ad imperitura memoria. È da qui che parte Disposable, l’ultimo progetto di Chris Gilmour (Stockport, Bristol, 1973; vive a Trieste) presentato alla Galleria Perugi. Prendendo spunto da foto e ritratti di inizio Novecento, le opere dell’artista inglese riflettono sulla permanenza dei volti di personaggi storici anonimi. Sono illustri sconosciuti di cui è rimasta soltanto la figura, mentre la memoria delle loro azioni si è persa completamente. Lo spazio espositivo è dominato da una grande scultura equestre che sfrutta in altezza l’ampio volume offerto dalla galleria, mentre quattro busti sono collocati lungo la parete, equidistanti. Sui piedistalli bianchi spicca il loro colore nero bronzo. L’allestimento è volutamente di impianto classico, museale, per sottolChris Gilmour – Bust – 2007 - cardboard and glue - 50 x 20 x 35 cm - courtesy of Perugi artecontemporanea ineare il paradosso di una rappresentazione meramente formale, in cui del rappresentato si è persa ogni traccia. Rispetto ai lavori precedenti, l’utilizzo del cartone da imballaggio è più crudo, meno curato nei dettagli. Il colore camuffa la materia soltanto a distanza, ma da vicino sono evidenti i pezzi che compongono le statue. Ma non è questa la differenza più significativa. Se le precedenti creazioni di Gilmour avevano a che fare con oggetti dotati di una storicità intrinseca, legati ad un immaginario forte e familiare come quello del design degli anni ‘50, ora siamo di fronte a opere che hanno perso ogni legame con il passato. Una doppia critica all’arte plastica: alla sua pretesa di durata formale e di contenuto. Se la scultura di cartone si oppone alla permanenza della forma, come segno della fragilità e della precarietà dei nostri tempi, quest’ultimo progetto critica la sostanza della rappresentazione. Del rappresentato rimane soltanto il feticcio, un’immagine priva di storia, un vuoto simulacro. Moderne vanitas di un’arte “disposable”, usa e getta. Inadeguata a celebrare la memoria e inevitabilmente condannata a soccombere all’incedere del tempo.
Nella project room, le inquietanti visioni di Neil Farber (Fosston, Saskatchewan, 1975) animano Please Give Blood, un polittico orizzontale su sedici fogli, in cui le tre parti fluiscono l’una all’altra. Una fanciulla morta sdraiata sull’erba. Gli occhi sbarrati e le mani giunte sul ventre. Sopra il suo viso alcuni colibrì si separano dall’indifferente volo del denso stormo che li sovrasta. Su tutto incombe, più in alto, un esercito di uomini-teschio, con t-shirt rosse come uniformi. In basso, in un nulla bianco si sparge il sangue della ragazza.
Neil Farber - Please Give Blood (detail) – 2007 - mixed media on paper - 220 x 310 cm - courtesy of Perugi artecontemporanea
Ancora una volta, lo stile macabro e ironico dell’artista canadese lascia libero spazio alle figure che popolano il suo inconscio, in un continuo confronto tra la vita e la morte, tra l’identità e l’indifferenziazione, tra il volto e il teschio sottostante.
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