Alessandro Busci

fino al 9.IV.2007
Alessandro Busci
Milano, Istituto dei Ciechi
Cantieri, aeroporti, autostrade. Luoghi solitari e isolati, sotto tramonti di fuoco e temporali acidi. Ma soprattutto la magia della pittura. Che si confronta con superfici non convenzionali…
pubblicato su Exibart giovedì 5 aprile 2007

Ci sono luoghi che spesso passano inosservati. Sono autostrade e stazioni di servizio, fabbriche e cantieri di una periferia di “cemento e lavoro” in continua trasformazione. Sono luoghi di passaggio che sottraiamo al nostro sguardo. Eppure anche questi luoghi rappresentano buona parte della nostra esperienza quotidiana. Alessandro Busci (Milano 1971) racconta di essersi accorto della forza di questi paesaggi durante una sosta in autostrada, dopo un temporale, nell’aria elettrica lasciata dalla pioggia intrisa dell’odore dell’asfalto bagnato. E da allora non ha più potuto smettere di subirne il fascino.
All’Istituto dei Ciechi, una splendida cornice fa da fondo alle suggestioni delle sue opere. Sono le stesse mura in cui l’artista milanese ha potuto comprendere il significato del vedere, descrivendolo ai suoi compagni di scuola non vedenti, accostando forme e colori a suoni, odori e sensazioni tattili. Forse è da qui che è nato il suo profondo rispetto per la pittura. Sa di non poterla mai completamente dominare, perché è una componente indisponibile e imprevedibile quella fondamentale per realizzarne la magia. Per questo l’artista ha guardato con sospetto la superficie eccessivamente docile della tela e si è confrontato in una ricerca instancabile con supporti diversi, che reagissero attivamente alla sua pittura, che la rendessero ancora più ingovernabile. Pur continuando a sperimentare su superfici sempre nuove come seta, velluto, carta intelaiata, alluminio, ha trovato nel ferro l’interlocutore ideale. Busci lascia agire l’acido sulle lastre di ferro e poi ferma il processo di ossidazione con degli smalti. Tra i due momenti, l’artista racconta di “una fase intermedia”, in cui cerca di agire sulla macchia, di interpretarne e indirizzarne in parte il movimento, preparando la nuvola di ruggine su cui farà emergere le sue visioni. Con tratti semplici, Busci crea scenari metropolitani dai colori impossibili.
Alessandro Busci – Terminal 4_sera – 2006 – smalto su ferro – 80 x 110 cm Cieli marroni, tramonti arancione, temporali di nuvole verdi con sfumature violetto sviluppano le suggestioni di un paesaggio urbano in cui si possono sentire inquietudine, malinconia, ma anche elettricità e poesia. Il notevole spazio dedicato a nuvole e cielo ricorda precursori romantici come Friedrich e Turner e il sentimento terribile e meraviglioso del sublime aleggia anche in questi scenari post-industriali. Ovunque sono presenti testimonianze umane: edifici, mezzi di trasporto, strade, e persino i colori incendiati del cielo fanno pensare ai tramonti acidi di città ammalate di smog. Ma nessun individuo compare mai sulla scena. Non si trovano operai indaffarati o benzinai oziosi, non ci sono malviventi in agguato e nemmeno passanti frettolosi e distratti. Come se dell’uomo rimanessero soltanto le tracce di ciò che ha costruito. Come se dalle alchimie di supporti e pittura si originassero presagi di ciò che potrebbe rimanere. Dopo l’Apocalisse.
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