Classici del contemporaneo

Pubblicato in 1 da dada il Settembre 22, 2009

fino all’1.XI.2009
I classici del contemporaneo
Stra (ve), Villa Pisani

Dieci grandi artisti si confrontano con gli spazi d’una villa del Settecento e del suo giardino. A ribadire che la grande arte è senza tempo. Perciò resiste all’ossimoro di un classico contemporaneo


pubblicato martedì 22 settembre 2009

Quella fra tradizione e modernità è una contrapposizione che accompagna da secoli la storia e la pratica dell’arte. Nel nostro presente, classico e contemporaneo appaiono opposti, esprimendo il primo un canone di perfezione ancorato alla tradizione, il secondo opere in cui sperimentazione e transitorietà sono caratteri costitutivi.
A Villa Pisani si mostra come il rapporto fra queste opposte direttrici non sia inconciliabile, secondo una triplice interpretazione. Innanzitutto, “classici” dell’arte contemporanea sono i dieci artisti che partecipano alla mostra, le cui opere sono già diventate esemplari. In secondo luogo, al “classico” si riferiscono i temi di alcuni dei lavori esposti.
Come in Anselm Kiefer, la cui ricerca è costantemente imperniata sulla riflessione e reinterpretazione del passato, fra storia e mito. Paete non dolet cita le parole con cui Arria invitò il marito a seguire il suo esempio, non temendo di pugnalarsi a morte. Al centro dell’esedra, quelle parole diventano un enigmatico invito lasciato da una gabbia con, all’interno, una pila d’una decina di libri in piombo. È la cifra di una chiusura ermeneutica rispetto al passato, sottolineata dal misterioso poliedro irregolare sospeso su di essi, proveniente dallo sfondo della Melancholia di Albrecht Dürer.

Il padiglione del paradiso

Pubblicato in 1 da dada il Settembre 21, 2009

biennale 2009_eventi collaterali
Marialuisa Tadei
Venezia, Chiesa di San Samuele

Sassi di vetro e tunnel luminosi, occhi di Dio e simboli sacri. Tutte le dimensioni della luce tra riflessi, trasparenze, colori. La materia si fa spirito nel Padiglione del Paradiso…


pubblicato martedì 15 settembre 2009

La luce è metafora di vita, conoscenza e liberazione, attributo della divinità e sua manifestazione, distinzione iniziale nei racconti sull’origine del mondo e via d’accesso sensibile alla realtà spirituale attraverso i colori, come già sottolineato da Vassily Kandinsky.
Marialuisa Tadei (Rimini, 1964) ne interpreta variazioni e cambiamenti, praticando un’arte che non teme di rivendicare la propria matrice cristiana. La ricerca dell’artista romagnola è tesa a evocare l’invisibile attraverso la luce. Tadei è cosciente del fatto che “l’estasi ha bisogno di un corpo”, come indica Daniel Kuspit in catalogo. Le sue opere, infatti, tentano di creare un ponte tra materiale e spirituale, fondandosi su un linguaggio minimale, che sfrutta le proprietà degli elementi che utilizza per mutare la percezione dello spazio.

Verità come emozione: Ida Cadorin Barbarigo

Pubblicato in incontri da dada il Settembre 6, 2009

LA VERITÀ COME EMOZIONE

Alla veneziana Ida Cadorin Barbarigo, e a suo marito Zoran Music, la casa editrice Johan & Levi ha dedicato di recente un Doppio ritratto a cura di Giovanna Dal Bon. Sul filo delle sue partecipazioni alla Biennale, ne abbiamo ripercorso la poetica e i ricordi. Da quando negli anni ’40 s’è ritrovata con un quadro esposto al ricordo della sala dedicata a Giacometti. E sempre col motto che “ripetersi significa discendere”…


pubblicato domenica 6 settembre 2009

Iniziamo dal 1942, la sua prima apparizione alla Biennale di Venezia, allora soltanto diciassettenne…
Non credevo potesse succedere. Nel 1942 mi sono iscritta all’Accademia, ma il quadro era precedente. Avevo da sempre dipinto, venendo da una famiglia di pittori, scultori e architetti da generazioni. Era una Biennale di guerra e venne istituito un concorso per i giovani. Mandai un quadro, lo scelsero. Non potevo credere ai miei occhi…

Omar Galliani a Santa Apollonia

Pubblicato in visioni da dada il Agosto 14, 2009

biennale 2009_eventi collaterali
Omar Galliani / Andy Warhol
Venezia, Museo Diocesano

Una santa, delle tenaglie, i suoi denti. Galliani e Warhol s’incontrano a distanza di 25 anni, reinterpretando un medesimo motivo dalla lunga tradizione iconografica. Sulle orme di Piero della Francesca e di Stanley Kubrick…


pubblicato mercoledì 29 luglio 2009

Le opere di Omar Galliani nascono dal confronto con la tradizione, non soltanto per il mezzo espressivo che prediligono, ma anche per la valenza simbolica di cui si dotano e per i temi che affrontano. All’interno di questo rischioso percorso di rinnovamento e conciliazione fra antico e moderno, l’artista emiliano ha sviluppato tematiche legate all’arte sacra con le serie Santi e Nuovi santi, che ne hanno reinterpretato l’iconografia immergendola in atmosfere gotiche e intimiste.

Paradiso americano di Barbara Rose

Pubblicato in letture da dada il Agosto 12, 2009

libri_saggi
Paradiso americano
(scheiwiller 2008)

La critica è morta, viva la critica. Un epitaffio attraverso quarant’anni dedicati a una disciplina malata da tempo. E che rivela quanto sia in salute per chi la sa fare sul serio, senza reticenze e con occhi bene aperti…


pubblicato lunedì 27 luglio 2009

Barbara Rose è una delle più importanti storiche e critiche dell’arte contemporanea. E stando alle battute iniziali del suo Paradiso americano, verrebbe da aggiungere anche “una delle ultime”. Infatti, nella recente intervista e nel testo del 1987 che aprono la raccolta di oltre quarant’anni di attività – ma con una significativa ellissi tra l’inizio degli anni ‘80 e la fine dei ‘90 – Rose riconosce che ormai la disciplina è stata relegata ai margini del sistema e la sua voce si è fatta sempre più sola, flebile e inascoltata.
Contro i tamburi da guerra di “pubblicità e marketing la critica non può difendersi ” e viene di fatto esautorata del suo ruolo. Per il pubblico i critici attendibili sono i paladini del gusto e delle mode, gli opinion maker in grado di muovere al rialzo i valori economici dell’arte. Coloro che non si pongono la fatica del concetto e del fondamento del suo giudizio, chiarendo gli aspetti qualitativi dell’arte sulle basi della storia e del confronto con i documenti e non cercando di offuscarli in favore di quelli quantitativi del suo mercato.

biennale 2009 – Belgio, Olanda, Lussemburgo

Pubblicato in visioni da dada il Agosto 10, 2009

biennale 2009_partecipazioni nazionali
Area Benelux

Tra Giardini e Accademia, nei padiglioni dei tre paesi del Benelux si riflette sul territorio e sui suoi confini. Fra natura, alterità e memoria. Alla ricerca di esili e nascosti caratteri che ne costituiscono l’identità…


pubblicato venerdì 10 luglio 2009

Nel cuore di un’Europa la cui unione si fonda ancora sul paradigma di una comunità innanzitutto economica, non fa specie che si risenta della crisi e la si possa anzi rovesciare in una questione d’identità. È per questo, forse, che i padiglioni di Olanda, Belgio e Lussemburgo danno l’impressione di riflettere sull’identità del territorio, scandagliandolo dall’interno o al di là dei suoi confini.

biennale 2009 – Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia

Pubblicato in visioni da dada il Agosto 8, 2009

biennale 2009_partecipazioni nazionali
Area baltica

Set, installazioni documentali, sculture di nastro magnetico. Dalla Polonia al Mar Baltico, il racconto di mondi possibili passa attraverso schermo e pellicola. Tanto che si potrebbe interpretarlo come il capitolo d’una sotterranea rassegna nella rassegna…


pubblicato venerdì 3 luglio 2009

Ai mondi possibili che Birnbaum ha raccolto tra Arsenale ed ex Padiglione Italia fa da eco in molti padiglioni nazionali l’utilizzo della videoarte, medium più vicino al contesto narrativo evocato dal titolo della 53. Biennale. Tanto che si potrebbe quasi vagheggiare una sotterranea rassegna nella rassegna, intitolata Fare video. Nei padiglioni di Polonia e Paesi Baltici, ad esempio, ci si riferisce pressoché unicamente ai linguaggi della videoarte, anche quando ci si allontana da una matrice esplicitamente narrativa, per esplorare opzioni più materiali.

Marc Quinn a Verona

Pubblicato in visioni da dada il Giugno 28, 2009

biennale 2009_eventi collaterali
Marc Quinn
Verona, Casa di Giulietta

Kate Moss, Thomas Beatie, Alison Lapper. Miti di oggi, più o meno noti, sospesi tra i paradossi dell’immagine e le contraddizioni del nostro tempo. E nella Casa di Giulietta non poteva mancare una celebrazione dell’amore. Che si fonda sull’infinità vanità del tutto…


pubblicato lunedì 15 giugno 2009

Il mito è da sempre al di fuori dal flusso del tempo. Nell’antichità costituiva lo spazio di un’origine ancestrale, alla base del presente e della storia. Oggi i miti non fondano la realtà, ma la fanno conflagrare, ne astraggono la sostanza fino a costituire entità intangibili, avvolte da una patina di eternità. È da qui che parte la mostra di Marc Quinn (Londra, 1964), evento collaterale della 53. Biennale di Venezia. I suoi miti hanno il corpo e il volto di Kate Moss, che nelle sue pose contorsioniste esprime la bellezza e le incantevoli seduzioni di una novella sirena in oro a 18 carati.  Si tratta di sculture che affrontano il paradosso di una figura che è sostanza separata dalla persona che la incarna, simulacro che modifica la realtà dell’originale, facendone un simbolo in carne e ossa, fatto a immagine e somiglianza della propria stessa immagine.

L’immagine aperta

Pubblicato in visioni da dada il Maggio 25, 2009

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L’immagine aperta
(bruno mondadori 2008)

Visibile contro visivo. Un viaggio nella dialettica dell’immagine, alla scoperta del superamento cristiano della rassicuranete imitazione nello scandalo dell’incarnazione. Tra piaghe e sintomi. E uno sguardo fatto per divorare ed esser divorati…


pubblicato lunedì 25 maggio 2009

Dov’è la realtà dell’immagine? Cos’è la sua rappresentazione? Georges Didi-Huberman ripone la vexata quaestio, attraversando il Cristianesimo delle origini, che ha saputo conferire all’immagine un nuovo valore, lontano sia dall’onnipresenza visiva delle divinità greco-romane che dal divieto di raffigurazione giudaico, arrivando fino ai bagliori della contemporaneità. I saggi di LImmagine aperta, scritti tra gli anni ‘80 e i ‘90, ruotano attorno all’opposizione dialettica di “visivo” e “visibile”, mostrando l’origine di una sintomatologia dell’immagine che fa da sfondo all’opera dello studioso francese. Da un lato c’è la semplice rassicurante imitazione del reale, del visibile, dall’altro il suo sconvolgente superamento nel visivo e nelle figure radicali dell’Incarnazione e della Passione. Immagini e “sintomi”, che si aprono perché rivolti alla rappresentazione della carne, dell’interno, delle viscere e del sangue, del corpo incarnato e sofferente di Cristo sulla Croce.

Magdalena Abakanowicz a Milano

Pubblicato in visioni da dada il Maggio 18, 2009

fino al 26.XI.2009
Magdalena Abakanowicz
Milano, Fondazione Pomodoro

Figure umane senza testa, esplicite metafore sessuali in fibra vegetale, idoli primordiali. Le inquietanti creazioni di una grande artista solitaria. Un angolo di Polonia a Milano…


pubblicato lunedì 18 maggio 2009

La scultura modifica la percezione dello spazio, impone le proprie forme e riempie anche il vuoto che vi è attorno, trasformando nel suo interno l’intero spazio, spettatore compreso. Questi assunti riguardano un filo rosso che corre lungo la scultura contemporanea e uno dei suoi snodi più interessanti passa attraverso l’opera di Magdalena Abakanowicz (Falenty, 1930; vive a Varsavia).
Nelle sue prime opere, la scultura assume una dimensione peculiare, non solo per l’utilizzo di materiali soffici, in tessuto, in grado di mutare parzialmente la loro forma in base al luogo d’esposizione, ma anche per la loro dimensione “organica”. Gli Abakans, grandi sculture in fibra vegetale appese al soffitto o riposte sul pavimento, s’ispirano agli organi genitali femminili, ma anche alle forme e ai colori di tessuti corporei ingranditi fino a dimensioni monumentali.